Eccomi alla prima recensione per questo progetto ancora in fase di formazione.
Ed io non so fare le recensioni. Io non sono un critico teatrale, io il teatro l’ho fatto, e conto di continuare a farlo, da attore, regista e autore, nel mio piccolo… Quindi non posso evitare di partecipare allo spettacolo cui assisto, che mi piaccia o no (lo spettacolo ed il partecipare).
Essere distaccato in ciò che scrivo sarebbe atto d’insopportabile (per me) ipocrisia.
Dopo questa doverosa dichiarazione d’intenti, parliamo di ieri sera.
L’ingresso è stato subito piacevole, accolto da una gentilissima signorina in rosso che stava occupandosi di distribuire i biglietti. Ed un sorriso dispone sempre favorevolmente, a prescindere dal dopo.
L’orario d’inizio viene rispettato ed in scena appaiono sedicenti divinità svagate ed annoiate a commentare distrattamente la possibilità che una piccola stella stia per esplodere. Forse quell’insignificante sole ha dei pianeti. Uno di essi potrebbe ospitare forme di vita: piante, animali, uomini…
Uomini e donne.
Impegnati in attività banalmente orribili come guerre, oppressioni, assassinii, litigi, incomprensioni, gelosie e simili amenità. Brevi scene che rappresentano tensioni senza mostrarne alcuna soluzione narrativa: fotografie di una umanità senza possibilità di salvezza.
Quando quelle distratte e distanti divinità riappaiono in scena, commentano l’esplosione di quella piccola inutile stella che forse aveva dei pianeti. Pianeti che ora non ci sono più, distrutti con tutto il loro carico ipotetico di piante, animali, uomini senza alcuna importanza che abbiamo potuto vedere in un’ultima istantanea.
“Ritratto di un pianeta”, testo per nulla semplice di Friedrich Durrenmatt(*), scritto nel 1971 col pensiero rivolto alla guerra in Vietnam è stato rappresentato dalla compagnia Quartaparete ieri sera presso il Chiostro di S. Eufemia a Verona. E lo sarà ancora questa sera.
I sei attori hanno animato una varietà di personaggi che, concepiti per descrivere l’angoscia di un mondo avvitato nella spirale di guerre fredde e calde sull’orlo del disastro nucleare, tuttavia mantengono tutta la loro attualità nel 2008 che a ben guardare non sembra affatto essere migliorato.
La scenografia è stata costruita con elementi eterogenei sempre presenti sul palco che vengono spostati quando necessario per creare le differenti ambientazioni. Allo stesso tempo questi oggetti creano visivamente una sorta di ‘caos organizzato’ che rappresenta bene l’immagine della Terra che è descritta nel testo. Questa scelta risulta forse in un certo senso faticosa per lo spettatore per la sua complessità al momento del primo impatto, ma è essenziale per comunicare il corretto stato d’animo fin dall’inizio dello spettacolo.
Legate alle scelte scenografiche, quelle più strettamente registiche. Avendo assistito ad una sola serata, le mie opinioni hanno un valore quanto meno dubbio. Tuttavia posso annotare l’assenza di un certo modo di far teatro che mi è sempre apparso antiquato e noioso. Ho sempre trovato insopportabile la tendenza di certi registi a disporre gli attori in scena come in un quadretto, costringendoli a rivolgersi verso il pubblico per dire la propria battuta. Di questa modalità per me irritante non c’è stata traccia ieri sera, cosa di cui non posso che ringraziare l’ottima regista, Chiara Tietto. Che non ha disdegnato di porre gli attori almeno in un’occasione con le spalle rivolte al pubblico durante un dialogo. Un particolare espediente che potrebbe non piacere a qualche ‘purista’, ma che, bene utilizzato, ha donato maggiore realismo alla rappresentazione scenica.
Detto questo, devo annotare un difetto forse solo legato alle contingenze di ieri, ovvero la parziale inintellegibilità di qualche battuta pronunciata sopra una colonna sonora a tratti troppo invadente. Questo particolare va però rapportato al fatto che all’aperto la regolazione del livello del suono si fa più difficile che non al chiuso. Da non dimenticare, poi, il non trascurabile fatto che la pioggia ha disturbato non poco la prestazione degli attori in scena.
Eh, già, perché ha iniziato a piovere pochi minuti dopo l’inizio con un gocciare sempre più insistente fino ad arrivare ad un acquazzone estivo. Posso dire che se quella coppia alla mia sinistra non avesse avuto l’ombrello, sarei stato l’ultimo degli spettatori a rifugiarsi sotto il porticato.
Gli attori invece hanno continuato come se nulla stesse accadendo. Non ho notato sbavature nei movimenti, nonostante un palco diventato estremamente scivoloso. Neppure ci sono stati attimi di distrazione. Alcune incertezze sono assolutamente nella norma, anche per dei professionisti.
In effetti i sei attori hanno mostrato una notevole sicurezza ed un perfetto affiatamento tra loro. Mi sono chiesto quanto abbiano provato lo spettacolo per ottenere una tale armonia, ma forse l’armonia era presente nel gruppo già prima di scegliere il testo. Questo non posso saperlo, ma è una sensazione che si è percepita chiaramente.
Ho scritto già molto più di quanto mi aspettassi, e forse ho dimenticato qualcosa, ma prima di chiudere vorrei sottolineare un paio di scene che da sole valgono il prezzo (peraltro trascurabile) del biglietto d’ingresso. Una è la fucilazione di tre prigionieri condannati a morte ed incappucciati: nella sua apparente semplicità riesce a trasmettere tutto l’orrore che manca quando le stesse scene appaiono – vere e non recitate – sul televisore di casa mentre stiamo comodamente seduti in poltrona o davanti ad una tavola imbandita.
Per chiudere con un sorriso, dieci e lode va alla pantomima con cui Francesco Speri ha dato vita e carattere ad un nevrotico ricercatore che piega la verità scientifica al desiderio del potere politico. A proposito: il Presidente guerrafondaio della maggiore potenza del mondo con in testa un cappello ‘alla texana’ mi ricorda qualcuno…
(*) La pagina di Wikipedia su Durrenmatt non elencava tra le opere teatrali “Ritratto di un pianeta”, così ho provveduto a modificarla opportunamente
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