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Il Gruppo Contrade entusiasma anche la critica

luglio 28, 2010 in Recensioni, Spettacoli by CriticAttore

Fonte: Gruppo Popolare Contrade, da L’Arena del 19 luglio 2010

La recensione de L'Arena

Segue l’articolo di Lino Cattabianchi per la pagina degli spettacoli de L’Arena.

Tra la scena e la guerra per riflettere e divertirsi

A Villa Bertoldi felice debutto per il nuovo spettacolo del gruppo Contrade “A morire vanno sempre gli altri”, racconto tra la Prima Guerra mondiale e primi anni Venti. La piccola comunità dei braccianti che vive in un piccolo borgo di provincia, affronta le preoccupazioni per chi è andato a morire al fronte. A ciò si aggiungono le prepotenze del sior Vittorio che, non contento della sua posizione dominante, mette gli occhi su Celeste, figlia di Piero. La cosa finirebbe male se, al ritorno dei reduci sani e salvi, non si scoprisse che la sorella di Vittorio ama segretamente il figlio del fattore, promettente studente di medicina. Il compromesso in nome dei sentimenti supera le barriere sociali e tutto finisce in gloria.

Ma sullo sfondo continua ad agitarsi il “bollore” del primo dopoguerra, tra aspirazioni di giustizia e di riconoscimento dei diritti. La pièce, scritta da David Conati con Delio Righetti e Paolo Corsi, si avvale delle musiche di Giannantonio Mutto e offre spunti di riflessione e di divertimento con un registro di facile ed immediata comprensione. Le scelte di regia confermano le caratteristiche del Gruppo Contrade: le scene, i costumi, le coreografie, i suoni interrogano la complessità del presente, con la carica di buon senso e disponibilità che fa vedere l’altro come qualcuno da incontrare piuttosto che da allontanare. LC

Verbavolant: di spettacolare c’è solo il fiasco

luglio 28, 2010 in Recensioni, Spettacoli by CriticAttore

La stroncatura sull'Arena

Uno spettacolo senza spina dorsale, infarcito di luoghi comuni banali e depresso da una regia incerta. La buona volontà degli attori in scena non ha salvato un allestimento decisamente di scarso livello. Questo, in sintesi, l’impietoso giudizio critico pubblicato su L’Arena (domenica 25 luglio) a proposito della esibizione del gruppo Verbavolant (“Indovina chi sviene a cena”).

Ci sono due aspetti che preme sottolineare in questa sede. Innanzitutto una nota culturale: si segnala in questo spettacolo l’ennesima rappresentazione dell’omosessualità effettuata attraverso stereotipi e pregiudizi derivati da una concezione perbenistica ed ipocrita che, francamente, al giorno d’oggi ritenevamo ormai relegata negli ambienti omofobici bigotti e refrattari allo sviluppo civile della nostra società. Può darsi che la scelta di questo testo e le modalità con cui è stato messo in scena, da questo punto di vista, siano indicativi di una certa mentalità. Ma non ci interessa indagare il gusto – a nostro avviso assai cattivo – di chi ha allestito questo spettacolo.

A latere ci viene da considerare che se c’è una città dove ci si aspetterebbe un tale imbarbarimento culturale, questa è indubbiamente la Verona razzista di questi anni leghisti. Dispiace che anche il mondo del teatro amatoriale debba essere toccato da queste tendenze che con la cultura hanno poco a che vedere. Ma stiamo divagando.

In secondo luogo, e torniamo a parlare di teatro, sottolineamo la perdurante difficoltà della compagnia Verbavolant di allestire spettacoli il cui valore artistico sia quantomeno accettabile. Si deve ormai risalire indietro di quasi quattro anni, alla fine del 2006, per ricordare le ultime esibizioni apprezzabili, quando ancora facevano parte del gruppo personalità artistiche di valore.

Foto Brenzoni, da L'Arena del 25 luglio

A nulla è servito, pare, il cambio di regia operato quest’anno, dopo il malriuscito tentativo del 2009 di maneggiare elementi culturali del tutto estranei ai membri del gruppo. Siamo d’accordo, insomma, con la bocciatura della vecchia regia rimarcata da questo cambio, ma il risultato è stato di certo scadente. Quando la qualità manca, non basta un ritocco cosmetico ed un po’ di presunzione per fare teatro. A maggior ragione quando si pretende di affrontare temi che sono oltre le proprie capacità.

Fortuna dei Verbavolant è l’avere accesso ai cortili ed alle rassegne comunali a prescindere da ciò che vi si rappresenta. Non fosse così, riteniamo che difficilmente spettacoli di questo livello possano avere un mercato laddove avviene una preventiva selezione di qualità.

Ma non tutto è da buttare via. Gli attori hanno mostrato di avere buona volontà, e su questa è possibile pur sempre costruire qualcosa, se si è disposti ad imparare. Chi opera nel teatro dovrebbe ricordare che si recita per il pubblico, non per se stessi. Consigliamo un bagno di umiltà prima di ricominciare, magari con meno pretese, tenendo conto dei propri limiti. Già in passato questa compagnia ha attraversato lunghi periodi di pausa: forse è il caso di fermarsi a riflettere ancora un pochino?

Il malato immaginario: sufficienza piena per la compagnia Giorgio Totola

luglio 25, 2010 in Recensioni, Spettacoli by CriticAttore

Nel complesso piacevole.
Il malato immaginario allestito da Carla Totola non si può dire che non funzioni. Ma dobbiamo ammettere che si tratta di un successo in gran parte dovuto alla bravura degli attori in scena ed alla forza del testo, intatta nonostante i secoli e le riletture. Ma questo è il carattere tipico dei classici, ed in fondo è uno dei motivi per cui si scelgono (nei cortili 2010 sono due le compagnie che hanno allestito questo testo di Molière).

Piacevole, dicevamo, il lavoro degli attori. Meno convincenti alcune scelte registiche.
Affidare ad attrici donne tutte le parti maschili – seppure esclusa quella principale – poteva essere un’ottima idea, ed in buona parte ha funzionato. La bontà di questa impostazione ha però sofferto dell’incoerenza rappresentata da due parti minori, quelle del notaio e del servitore (appena una comparsata muta) interpretate da attori maschi.

Riteniamo che sia mancato il coraggio di andare fino in fondo con una scelta che avrebbe potuto pagare, in termini di effetto finale, molto più di quanto abbia fatto in questo modo. Vero è che il notaio, interpretato da Claudio Neri, pur in una parte molto ridotta, ha dimostrato una grande padronanza dei propri strumenti interpretativi. Ciò non fa che confermare quanto già affermato sulla qualità degli attori. Ma resta l’incoerenza di fondo segnalata che pesa sul giudizio complessivo. Mancanza di attrici o che altro? Non ha importanza.

Altra scelta discutibile e, questa sì, del tutto incomprensibile è legata alla recitazione fuori scena, affidata a plateali registrazioni audio che hanno creato un effetto disturbante sull’equilibrio dello spettacolo. Perché non si è preferita una recitazione “dal vivo”? Qual era l’effetto che si voleva ottenere? Non lo sappiamo, ma abbiamo potuto provare l’effetto ottenuto: fastidio.

Al di là dei difetti segnalati, lo spettacolo risulta comunque di buon livello, piacevole e divertente. Da sottolineare le prestazioni delle attrici, che hanno mostrato un eccellente controllo della recitazione. Sempre efficaci, sono riuscite a non eccedere nelle rispettive caratterizzazioni maschili, pericolo sempre in agguato in questi casi. Ci sentiamo di nominare almeno due delle interpreti, particolarmente azzeccate: Ottavia Bergamini, che ha rappresentato il Dottor Purgone, e Roberta Adami, cui sono state affidate le parti di Tommaso e della farmacista, signora Fleurant.

Argante, al secolo Stefano Carradore, ha dominato la scena per tutto il tempo, anche lui in modo sufficientemente misurato, pur evidenziando a tratti qualche minimo calo di intensità, dovuto però più a qualche malanno fisico che ad altro, come ci è stato confermato nel dopo spettacolo.

Dopo un’attenta analisi del profilo psicologico e del legame esistente tra tutti i personaggi e Argante protagonista, abbiamo percorso la strada della naturale espressione della gestualità e vocalità, e così pure valorizzando le grottesche figure dei medici, note come aspetto divertente e pungente del tema predominante della famosa commedia francese. Abbiamo altresì abbandonato l’ambientazione seicentesca non volendo appositamente dare un preciso periodo storico, accostando il più possibile gli impulsi emozionali ad una contemporaneità senza tempo, ricercando nel bagaglio di ogni attore “un fatto”, “una situazione” realmente accaduta e vicina al profilo interpretativo. Tutto si svolge in continuo movimento di sali-scendi tra pedane, scale, scivoli e sgabelli, purghe, medicine e tanto gioco tra finzione e realtà.

Il sito web della compagnia è: http://www.totolateatro.it/

Debutto “spettacolare” per il ventennale del Gruppo Popolare Contrade

luglio 23, 2010 in Compagnie, Eventi, News, Recensioni, Spettacoli by CriticAttore

Fonte: Gruppo Popolare Contrade

Ancora un successo.
Il nuovo spettacolo del Gruppo Popolare Contrade ha divertito e commosso alcune centinaia di persone lo scorso fine settimana, ricevendo la giusta ricompensa in forma d’applausi e sorrisi sia al debutto di venerdì che alla replica di sabato.

Sedicesima realizzazione originale del Gruppo Contrade, che festeggia il 20° anno di attività artistica, “A morire vanno sempre gli altri” è un testo che affronta il tema delle divisioni sociali in un momento della nostra storia recente, il primo dopoguerra, nel quale la società e la politica italiana stanno per subire uno degli sconvolgimenti più profondi e repentini del ventesimo secolo.

Gli eventi del 1918 sono solo un eco quando arrivano nella provincia contadina, dominata da un ricco proprietario locale, d’indole prepotente e violenta. Tuttavia l’esperienza bellica dei ragazzi, le notizie delle lotte contadine ed operaie che vengono da fuori, la presa di coscienza delle donne e la forza dei sentimenti congiurano perché le cose cambino, almeno un po’, suggerendo, al termine del racconto, che il cambiamento possa continuare.

Come da tradizione, la musica che accompagna lo spettacolo è eseguita dal vivo dai musicisti del Gruppo Contrade. E come è ormai consuetudine, il debutto è avvenuto nella cornice di villa Bertoldi, a Settimo di Pescantina. In questa occasione, l’assessore al bilancio del Comune di Pescantina, Loredana Piubello, ha voluto manifestare l’apprezzamento dell’amministrazione per il lavoro svolto in questi due decenni leggendo un messaggio del sindaco, impossibilitato a partecipare di persona. Non è mancato un accenno al progetto, ormai di imminente avvio, per la creazione di un centro culturale polifunzionale a Settimo di Pescantina che sorgerà al posto del vecchio edificio dell’ex centro parrocchiale, attuale sede del Gruppo Popolare Contrade, il quale beneficerà del rinnovamento. Un nuovo teatro è sempre una buona notizia: di questi tempi, poi…

L’incaricato alle manifestazioni del Comune di Pescantina, Ciro Ferrari, ha voluto manifestare ulteriormente la gratitudine della cittadinanza verso il Gruppo Popolare Contrade, offrendo una targa commemorativa di questi primi vent’anni all’associazione, ed un secondo speciale riconoscimento personale al regista, Delio Righetti, per il suo grande impegno nel campo della cultura a Pescantina. Un omaggio senza alcun dubbio meritato.

Il prossimo appuntamento con “A morire vanno sempre gli altri”, a Garda il 28 luglio.

Canto corale al Filarmonico: applausi per gli aretini Vox Cordis

aprile 23, 2010 in News, Rassegne, Recensioni by Aleks Falcone

Fonte: www.arezzonotizie.it

vox cordis

Grande successo per l’ensemble aretino, che la scorsa settimana a Verona ha inaugurato il XXI Concorso internazionale di canto corale con una “esecuzione da manuale” e “ricca d’anima”. I cantori del maestro Lorenzo Donati hanno ottenuto applausi a scena aperta dal pubblico e le critiche entusiastiche della stampa veneta. L’Arena ha scritto “l’Insieme Vox Cordis apre il cuore al pubblico”

Arezzo, 20 aprile 2010 – Vox Cordis, “un coro da standing ovation”. Lo ha definito così L’Arena, il giornale di Verona, all’indomani del concerto presso il Teatro Filarmonico di Verona con cui l’ensemble aretino ha inaugurato ufficialmente il XXI Concorso internazionale di canto corale, che si è chiuso il 17 aprile scorso.

La brillante esibizione del coro diretto dal maestro Lorenzo Donati ha ottenuto applausi a scena aperta dal pubblico in sala e le critiche  entusiastiche da parte di tutti gli addetti ai lavori e della stampa.

“Un’esecuzione da manuale, ma ricca d’anima, carica di suggestioni proposte da voci sicure, pastose, benissimo impostate, perfettamente fuse tra loro con grande equilibrio a creare un amalgama di qualità molto elevato”, ha scritto il giornale veneto, sottolineando come l’Insieme Vox Cordis avesse aperto “il cuore al pubblico”.

Il programma del concerto, dal titolo “That Lonesome Road”, comprendeva un ricco repertorio di brani dal canto gregoriano alla musica contemporanea attraverso autori come Giovanni da Palestrina, Gabrieli, Bach, Mendelssohn, James Taylor e lo stesso Donati. Sua, per esempio, l’armonizzazione di tre poesie di Giovanni Pascoli: La baia tranquilla, Ultimo sogno e L’ora di Barga.

Secondo il giornalista dell’Arena, l’insieme aretino ha dimostrato “grande esperienza musicale, frutto di intenso impegno e di elevata qualità artistica che il maestro Donati, con direzione attenta, ha saputo preparare e sapientemente valorizzare. E anche al teatro Filarmonico si è fatto particolarmente apprezzare nell’esecuzione del repertorio gregoriano (Ave maris stella, Ubi caritas e Sicut cervus) e in quello contemporaneo dove, a rendere ancor più impegnativa l’esecuzione, hanno concorso anche una nutrita serie di dissonanze ricercate e volute”.

Verona caput fasci: quando il teatro ci ricorda chi siamo

agosto 15, 2008 in Recensioni by Aleks Falcone

Elio Germano

Da: Repubblica

Per il giovane divo più amato dai registi (lo rivedremo sugli schermi diretto da Vicari e Salvatores) un’estate all’insegna dell’impegno. Poi la Mostra di Venezia…
“Verona caput fasci”, sul palco lo show militante di Elio Germano
L’attore racconta la piéce che ha scritto per denunciare l’intolleranza “Recito le frasi-shock dei politici scaligeri”. Tra sessismo, violenza e omofobia

di CLAUDIA MORGOGLIONE
ROMA – L’antefatto: tredici anni fa il Consiglio comunale di Verona – caso unico, in Europa – rigetta la Risoluzione di Strasburgo, dichiarando l’omosessualità “contro natura”. I pochi cittadini che si oppongono, sdraiandosi per protesta sulle strisce pedonali vicino al Municipio, vengono trascinati in caserma e denunciati per blocco del traffico. I politici locali, dal centro alla destra, nel corso del dibattito in aula pronunciano frasi inquietanti: contro i gay (“devono cedere gli attributi alla chirurgia per la tranquillità di tutti”), contro l’aborto (“ci dovevano pensare quando hanno aperto le gambe”), contro l’emancipazione femminile (“la donna torni alla sua vocazione naturale, che è di tutti gli animali”).
Questa la premessa. Lontana, nel tempo, ma vicinissima, negli umori e nelle idee di una certa classe politica. E a cui, tredici anni dopo, segue la tragedia: il primo maggio 2008, sempre a Verona, un gruppo di militanti di estrema destra uccide Nicola Tommasoli, un ragazzo “colpevole” di avere i capelli lunghi. Ed è per raccontare tutto questo – ciò che accaduto nella città scaligera, ma più in generale l’oscurantismo e l’intolleranza in salsa italiana – che uno dei giovani divi italiani più amati, Elio Germano, sta portando in giro per l’Italia uno spettacolo teatrale dal titolo inequivocabile: Verona caput fasci. “Un modo per reagire a quelle vicende – racconta il protagonista – e a tutto quello che sta succedendo in queste settimane: le aggressioni, la campagna contro i rom”.
E il risultato è uno show scarno, forte, militante, tutto all’insegna dell’impegno civile. In cui l’attore under 30 più amato dai nostri registi – ha conquistato tutti con Mio fratello è figlio unico, recentemente lo abbiamo visto in Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, nel Mattino ha l’oro in bocca di Francesco Patierno, in Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi – recita sul palco quasi da solo. Visto che accanto ha solo l’attrice teatrale Elena Vanni, che ha anche scritto il testo insieme a lui. Loro due si presentano in scena in piedi, la scenografia è fatta solo da un paio di sedie che evocano gli scranni del Consiglio comunale veronese in cui quell’incredibile dibattito su omosessualità, aborto, ruolo della donna si svolse.
Il testo di Germano riporta fedelmente molte di quelle frasi, per dare l’idea dell’humus culturale, prima che politico, di quella classe dirigente (tra le perle l’affermazione secondo cui i gay “bisognerebbe tutti farli capponi”, pronunciata da un consigliere della Lega). Ma dà voce anche ai cittadini che si opposero, e che sono stati denunciati. “Tutto è nato così, sull’onda dell’indignazione – racconta Elio, che vedremo in autunno in Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari, e a inizio 2009 in Come Dio comanda di Gabriele Salvatores – era maggio, credo, e ascoltando Radio Onda Rossa ho sentito di quella vicenda. E ho capito che dovevo reagire, che potevo fornire un’occasione per parlare di questa cosa”.
Un comportamento insolito, da parte di un attore di primo piano come lui: mettere la faccia, il tempo, le energie, in un progetto minore, di quelli che non danno visibilità né titoli sui giornali. “E’ che mi sembrava una cosa importante – spiega lui, schernendosi quando gli si fa notare un impegno civile non proprio comune – e comunque si tratta di un progetto estemporaneo, non impegnativo dal punto di vista formale: io lo definisco uno spettacolo punk, per dare l’idea della sua immediatezza”.
Un lavoro che ha comportato una ricerca su quei famosi verbali del Consiglio comunale veronese. “Contengono frasi agghiaccianti – racconta ancora Germano – pronunciate da personaggi appartenenti a diverse forze politiche dell’epoca, dai popolari ad An. A me non importa la loro appartenenza, ma il tipo di opinioni che esprimono. Cose tipo che le donne devono stare a casa, o l’equazione omosessualità uguale pedofilia. Per me questo ‘viaggio’ è stato importante, per capire che l’intolleranza viene da lontano. E che ha generato la morte di ragazzi come Nicola o Renato” (Renato Biagetti è stato ucciso a Roma, dopo una festa reggae).
Insomma, per l’attore, un’estate all’insegna dell’impegno: lo spettacolo è stato presentato in diverse città – a Bologna, ad esempio – e domenica 18 chiude in bellezza il Clorofilla Festival che si tiene nel grossetano, nel Parco della Maremma. “Andiamo quasi ovunque ce lo chiedono – spiega lui – o almeno dove sono sicuro che non ci chiamano solo per avere un attore noto ospite di una manifestazione”. Un bell’esempio di rigore, da parte di un attore che non si è montato la testa. E che a breve riprenderà anche la sua attività più ufficiale, nel cinema che conta: alla Mostra di Venezia riceverà il premio Diamanti al cinema; al Festival di Roma, ci sarà il suo film girato con Vicari. Ma senza vendersi l’anima.

Quartaparete: “Ritratto di un pianeta”

giugno 28, 2008 in Recensioni by Aleks Falcone

La locandina dello spettacolo

Eccomi alla prima recensione per questo progetto ancora in fase di formazione.

Ed io non so fare le recensioni. Io non sono un critico teatrale, io il teatro l’ho fatto, e conto di continuare a farlo, da attore, regista e autore, nel mio piccolo… Quindi non posso evitare di partecipare allo spettacolo cui assisto, che mi piaccia o no (lo spettacolo ed il partecipare).
Essere distaccato in ciò che scrivo sarebbe atto d’insopportabile (per me) ipocrisia.
Dopo questa doverosa dichiarazione d’intenti, parliamo di ieri sera.
L’ingresso è stato subito piacevole, accolto da una gentilissima signorina in rosso che stava occupandosi di distribuire i biglietti. Ed un sorriso dispone sempre favorevolmente, a prescindere dal dopo.
L’orario d’inizio viene rispettato ed in scena appaiono sedicenti divinità svagate ed annoiate a commentare distrattamente la possibilità che una piccola stella stia per esplodere. Forse quell’insignificante sole ha dei pianeti. Uno di essi potrebbe ospitare forme di vita: piante, animali, uomini…
Uomini e donne.
Impegnati in attività banalmente orribili come guerre, oppressioni, assassinii, litigi, incomprensioni, gelosie e simili amenità. Brevi scene che rappresentano tensioni senza mostrarne alcuna soluzione narrativa: fotografie di una umanità senza possibilità di salvezza.
Quando quelle distratte e distanti divinità riappaiono in scena, commentano l’esplosione di quella piccola inutile stella che forse aveva dei pianeti. Pianeti che ora non ci sono più, distrutti con tutto il loro carico ipotetico di piante, animali, uomini senza alcuna importanza che abbiamo potuto vedere in un’ultima istantanea.
Ritratto di un pianeta”, testo per nulla semplice di Friedrich Durrenmatt(*), scritto nel 1971 col pensiero rivolto alla guerra in Vietnam è stato rappresentato dalla compagnia Quartaparete ieri sera presso il Chiostro di S. Eufemia a Verona. E lo sarà ancora questa sera.
I sei attori hanno animato una varietà di personaggi che, concepiti per descrivere l’angoscia di un mondo avvitato nella spirale di guerre fredde e calde sull’orlo del disastro nucleare, tuttavia mantengono tutta la loro attualità nel 2008 che a ben guardare non sembra affatto essere migliorato.
La scenografia è stata costruita con elementi eterogenei sempre presenti sul palco che vengono spostati quando necessario per creare le differenti ambientazioni. Allo stesso tempo questi oggetti creano visivamente una sorta di ‘caos organizzato’ che rappresenta bene l’immagine della Terra che è descritta nel testo. Questa scelta risulta forse in un certo senso faticosa per lo spettatore per la sua complessità al momento del primo impatto, ma è essenziale per comunicare il corretto stato d’animo fin dall’inizio dello spettacolo.
Legate alle scelte scenografiche, quelle più strettamente registiche. Avendo assistito ad una sola serata, le mie opinioni hanno un valore quanto meno dubbio. Tuttavia posso annotare l’assenza di un certo modo di far teatro che mi è sempre apparso antiquato e noioso. Ho sempre trovato insopportabile la tendenza di certi registi a disporre gli attori in scena come in un quadretto, costringendoli a rivolgersi verso il pubblico per dire la propria battuta. Di questa modalità per me irritante non c’è stata traccia ieri sera, cosa di cui non posso che ringraziare l’ottima regista, Chiara Tietto. Che non ha disdegnato di porre gli attori almeno in un’occasione con le spalle rivolte al pubblico durante un dialogo. Un particolare espediente che potrebbe non piacere a qualche ‘purista’, ma che, bene utilizzato, ha donato maggiore realismo alla rappresentazione scenica.
Detto questo, devo annotare un difetto forse solo legato alle contingenze di ieri, ovvero la parziale inintellegibilità di qualche battuta pronunciata sopra una colonna sonora a tratti troppo invadente. Questo particolare va però rapportato al fatto che all’aperto la regolazione del livello del suono si fa più difficile che non al chiuso. Da non dimenticare, poi, il non trascurabile fatto che la pioggia ha disturbato non poco la prestazione degli attori in scena.
Eh, già, perché ha iniziato a piovere pochi minuti dopo l’inizio con un gocciare sempre più insistente fino ad arrivare ad un acquazzone estivo. Posso dire che se quella coppia alla mia sinistra non avesse avuto l’ombrello, sarei stato l’ultimo degli spettatori a rifugiarsi sotto il porticato.
Gli attori invece hanno continuato come se nulla stesse accadendo. Non ho notato sbavature nei movimenti, nonostante un palco diventato estremamente scivoloso. Neppure ci sono stati attimi di distrazione. Alcune incertezze sono assolutamente nella norma, anche per dei professionisti.
In effetti i sei attori hanno mostrato una notevole sicurezza ed un perfetto affiatamento tra loro. Mi sono chiesto quanto abbiano provato lo spettacolo per ottenere una tale armonia, ma forse l’armonia era presente nel gruppo già prima di scegliere il testo. Questo non posso saperlo, ma è una sensazione che si è percepita chiaramente.
Ho scritto già molto più di quanto mi aspettassi, e forse ho dimenticato qualcosa, ma prima di chiudere vorrei sottolineare un paio di scene che da sole valgono il prezzo (peraltro trascurabile) del biglietto d’ingresso. Una è la fucilazione di tre prigionieri condannati a morte ed incappucciati: nella sua apparente semplicità riesce a trasmettere tutto l’orrore che manca quando le stesse scene appaiono – vere e non recitate – sul televisore di casa mentre stiamo comodamente seduti in poltrona o davanti ad una tavola imbandita.
Per chiudere con un sorriso, dieci e lode va alla pantomima con cui Francesco Speri ha dato vita e carattere ad un nevrotico ricercatore che piega la verità scientifica al desiderio del potere politico. A proposito: il Presidente guerrafondaio della maggiore potenza del mondo con in testa un cappello ‘alla texana’ mi ricorda qualcuno…
(*) La pagina di Wikipedia su Durrenmatt non elencava tra le opere teatrali “Ritratto di un pianeta”, così ho provveduto a modificarla opportunamente
 

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