Spettacoli Archive

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“Hotel-ma” al Teatro Camploy

Dopo lo strepitoso successo riscosso ai Cortili, la Compagnia teatrale La Pajeta porta in scena il 7 e l’8 gennaio al teatro Camploy, Hotel-ma la sua prima opera originale.

I ragazzi de La Pajeta portano al Teatro Camploy un noir irriverente e fuori dagli schemi per la regia di Andrea De Manincor.

“Uno dei lavori più belli presentati nell’estate amatoriale”. Così la critica ha accolto Hotel-ma, prima opera originale sceneggiata dai ragazzi de La Pajeta, sotto le mentite spoglie dell’autore Paul Putcho. Successo anche e soprattutto di pubblico che ha portato numerosi spettatori ad affollare Chiostro Santa Eufemia durante le cinque serate della rassegna Teatro nei Cortili.

Per coloro che quest’estate se lo fossero perso, la Pajeta riporterà in scena le indagini del Sommo Hotello al Teatro Camploy il 7 gennaio alle ore 21.00 e l’8 gennaio con la pomeridiana delle 16.30.

Abbandonate le precedenti ambientazioni borghesi della Parigi di Lesage, lo spettatore si troverà in un diverso tipo di salotto, quello di un alberghetto senza arte né parte, l’Hotel-ma appunto, nascosto tra le calli di una Venezia che si intravede appena, per assistere a un misterioso delitto.
Chi ha assassinato la povera Desdemona, cuoca alle dipendenze del proprietario Hotello?

Starà al concierge Jago trovare il colpevole con l’aiuto dell’amico investigatore privato, William.
La scelta dei nomi non è casuale, ma ha l’intento preciso di portare in scena i grandi personaggi della letteratura shakespeariana vestendoli con dei panni mai visti.
I sospettati altri non sono che i più celeberrimi protagonisti delle opere del Bardo, ospiti dell’albergo e dell’equivoco proprietario.
Si scoprirà ben presto che molte cose non sono come appaiono e che ognuno di loro nasconde un terribile segreto…
Giulietta e Romeo, la bisbetica Catherine, Amleto e molti altri, non sono esattamente come li ricordiamo, ma il surreale e divertente risultato che l’interpretazione de La Pajeta ha prodotto, capovolgendo le più tradizionali chiavi di lettura. Come del resto avevamo già visto fare con Lesage e Courteline nei precedenti spettacoli.

Ancora una volta diretta da Andrea De Manincor, che ha guidato i giovani scrittori nella stesura del testo, La Pajeta si prepara al ritorno sulle tavole del palcoscenico del Camploy con uno spettacolo originale, divertente e dal finale inaspettato.

Per ulteriori informazioni sulla compagnia e sullo spettacolo potete visitare il sito www.lapajeta.it o, in alternativa, scrivere all’indirizzo e-mail

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Quando il cabaret è DOC!

riceviamo e pubblichiamo
 
La DOC è una cooperativa di servizi per lo spettacolo che gestisce per conto di numerosi artisti pratiche burocratiche e fiscali.
Ma non è solo questo.
Ha infatti un comparto specifico, la DOC Live, dedicato alla consulenza ed organizzazione eventi, con cui ha seguito moltissime manifestazioni e concerti.
Dopo la bella esperienza dei due anni di laboratorio presso le Cantine De L'Arena, in collaborazione con Verona Cabaret, la DOC ha intrapreso una strada nuova e di possibile crescita del movimento comico cabarettistico scaligero.
Oltre ad avere tra i soci già alcuni ottimi professionisti della comicità, ha pensato bene di associare anche alcuni dei volti nuovi che si sono distinti nei due anni di laboratorio veronese e che per capacità e volontà di emergere si sono messi in risalto, muovendosi anche al di fuori del contesto cittadino e partecipando ad altri laboratori, come il Ridi'n'Bergamo gestito da Omar Fantini, lo Zelig Lab di Padova e il Colorado Lab di Varese, fino a mettere piede allo Zelig di Milano.
Hanno inoltre accumulato esperienza grazie a numerose serate in locali, teatri e piazze, creando collaborazioni e spettacoli nuovi.
Per questi motivi la DOC ha ritenuto opportuno coinvolgerli in una serie di nuovi progetti e rassegne dedicate al cabaret che prenderanno il via da ottobre in diversi locali veronesi.
 
 Il primo a partire è RISATE A KM 0, presso la Locanda Le Salette di Fumane (VR), in collaborazione con la cooperativa Azalea, che gestisce la parte degli spettacoli nel bel ristorante della Valpollicella.
A partire da martedì 11, e poi ogni due settimane, sarà quindi possibile cenare e godersi un'oretta di spettacolo in compagnia di un paio di comici DOC, che si alterneranno con sketch e personaggi per strappare una risata, aiutati magari dall'ammazza caffè.
Prima serata con Nicola Trocchia e Andrea Zappacosta.
 
Dal 23 ottobre prende invece il via NOCHE CABARET al Tres Deseos in via S. Maria Rocca Maggiore, dietro Piazza Isolo a Verona.
Il locale intimo e raccolto, con un piccolo palco, si presta perfettamente al cabaret stand up, tipico dei locali inglesi e americani, con un contatto stretto tra artista e pubblico e la possibilità di accompagnare le risate con delle ottime birre.
Anche questo sarà un appuntamento a cadenza alternata, ogni due domeniche, fino a dicembre.
Prima serata con Terenzio Traisci (Central Station su Sky ed MTV) e Alberto “Il Grezza” Grezzani.
 
Ma sicuramente la rassegna più interessante e qualitativamente più valida è quella che si terrà a mercoledì alternati presso le Cantine De L'Arena, che ormai ha preso il vizio di proporre qualità e varietà, non solo per quel che riguarda la musica. Che il buon Dio ci conservi questo locale in salute!
Il 19 ottobre partirà la stagione (8 gli appuntamenti previsti per ora) de L'Ora del Cabaret e vedrà salire sul palco ottimi professionisti, anche da trasmissioni televisive di fama nazionale come Zelig e Colorado.
Una formula nuova rispetto al laboratorio degli anni passati, dove numerosi comici proponevano brevi pezzi pensati principalmente per il formato televisivo. Durante quest'ora infatti i “Big” potranno spendere un po' di tempo offrendo una visione più ampia del loro repertorio, potendo così muoversi con maggiore libertà, senza i vincoli dei tempi televisivi, o dovendosi limitare per dare spazio ad altri.
A fare l'apertura, o da spalla, a questi “Big” ci saranno sempre loro, i volti nuovi della DOC, a cui sarà data l'opportunità di salire su un palco di tutto rispetto e lavorare con dei signori professionisti.
 Fino ad oggi sono confermate le presenze di Omar Fantini (Nonno Anselmo da Colorado), Luca Klobas (Ratko da Zelig), i Cani & Porci (Nicola Trocchia e Max Guidetti da Animalaus), Diego e Paolo (da Zelig Off), Marzio Rossi e Alex De Santis (da Colorado e autori di Baz e del Saturday Night Live Italia), Cristian Calabrese (da Central Station e prossimamente a Zelig Off).
La prima serata vedrà come ospite principale Luca Klobas e per l'apertura Il Grezza.
 
La situazione comica a Verona si sta al fin muovendo, dopo anni di poca offerta al di fuori degli spazi teatrali, di barzellettieri della domenica, o di rassegne troppo brevi per lasciare un segno.
E comunque non c'era davvero un movimento cabarettistico nel veronese, o si limitava a pochi buoni attori, costretti a migrare verso altre città per riuscire anche solo a cominciare (vedi Dado Tedeschi, o Laura Magni).
Oggi qualcosa si muove, grazie alla DOC e alla passione di queste nuove leve.
 
Spendiamo ora alcune righe per parlare dei comici emergenti coinvolti nelle rassegne.
 
Andrea Zappacosta:
Milanese di origine, ha accumulato molta esperienza soprattutto alla radio (Radio Deejay, Radio 101, Radio Lupo Solitario) e collaborando con Giacomo “Ciccio” Valenti per alcuni spettacoli.
Trasferitosi a Verona inizia a fare cabaret con il laboratorio Verona Cabaret DOC, partecipa al laboratori di Zelig e Colorado e decide che questo sarà il suo futuro.
Si muove principalmente sui personaggi e sono ormai conosciuti dal pubblico il Genfri, meccanico milanese cinico e un po' zotico, e Lino Pennino, cantastorie dalla parlata meridional-maccheronica, con il quale ripropone le fiabe classiche in una chiave più… adulta.
 
Giuseppe Forte:
Può vantare la partecipazione a numerosi laboratori del nord Italia e in pochi anni è cresciuto mangiando pane e cabaret dalla mattina alla sera.
Il più giovane tra le nuove proposte, ha maturato esperienza sia a livello teatrale che musicale e ha partecipato con buoni risultati ad alcuni prestigiosi concorsi di cabaret, come il Ridi'n'Ciociaria (2° classificato).
In breve tempo è riuscito anche a mettere un piede allo Zelig di Milano partecipando alle serate di Laboratorio Artistico.
Si cimenta di tanto in tanto in monologhi e uscite a schiaffo, ma i suoi cavalli di battaglia sono i personaggi di Tato Robotto, consolle di nuova generazione dalla dubbia efficacia, e Michael Carmeli, strampalato life stylist, sempre in vena di dare consigli per essere più glamour.
 
Alberto "Il Grezza" Grezzani:
Monologhista classico, con una propensione per la stand up comedy, non disdegna il ruolo di presentatore/spalla, o il mettersi alla prova con alcuni personaggi.
Nasce come cabarettista nel dicembre 2009 al laboratorio Verona Cabaret DOC e da lì prende il via per partecipare a numerosi laboratori, tra cui il Ridi’n’Bergamo di Omar Fantini, lo Zelig Lab di Padova, il Laboratorio Artistico allo Zelig di Milano, il Ridi’n’Blu di Davide Paniate, il Colorado Lab di Varese.
Dal 2010 è direttore artistico e presentatore del mini laboratorio CaBar@stra a Vicenza e ha collaborato con Diego Carli per l’organizzazione e la conduzione del Session Cabaret.
Finalista del Concorso per Giovani Cabarettisti Emergenti – premio Alberto Sordi del 2011, è nel cast della serata “8 Mile” del 25 febbraio allo Zelig di Milano.
La sua attività comprende l’organizzazione e la partecipazione ad eventi, serate di piazza e locali dividendo il palco con comici di Central Station, Colorado e Zelig, come Luca Klobas, Marzio Rossi e Omar Fantini. 
 
Antonio “Gnollo” Mignolli
Giovane comico che può già vantare molti anni di esperienza sulle spalle, avendo frequentato a lungo la scena padovana dei locali.
Ha frequentato i laboratori Zelig di Marghera e di Padova, oltre naturalmente il Verona Cabaret DOC.
Collabora già da tempo con Diego & Paolo (Zelig Off) come spalla e si esibisce anche con Daniele Manfroi nel duo Spesso e Volentieri.
Il suo repertorio spazia dai monologhi di stampo classico, fino al non sense e ai pezzi musicali, distinguendosi soprattutto per l'intelligenza e la grande ironia dei suoi sketch.
 

Da VeronaTeatro.Org, post Quando il cabaret è DOC!

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Zelig Lab On The Road Verona

Riceviamo e pubblichiamo.

I laboratori di cabaret nella città di Giulietta non sono una più novità.

Dopo l'esperienza Zelig del 2006/2007 al Teatro Alcione, dal 2009, per un paio di anni, si è tenuto con buon successo il Verona Cabaret DOC, presso le Cantine De L'Arena, ormai punto fermo della scena musicale e spazio ideale per un tipo di cabaret raffinato, sia per l'ambiente che per la proposta e che ha avuto modo di ospitare e lanciare giovani talenti, ma anche professionisti affermati, come Omar Fantini (Nonno Anselmo a Colorado), Luca Klobas (Ratko a Zelig) e tanti altri.
Altre piccole realtà, per dimensioni o continuità, si sono affacciate e hanno decisamente attivato un movimento nuovo per la comicità a Verona, ma soprattutto di Verona.
Quest'anno il panorama si vivacizza ulteriormente con molteplici proposte di diversa portata e torna lo Zelig Lab On The Road, questa volta tra le pareti più contenute, ma più centrali, del Teatro Ss. Trinità.
 
Ma cos'è un laboratorio di Zelig?
In pratica è una palestra e una vetrina, per comici alle prime esperienze, o professionisti già affermati e con una lunga esperienza alle spalle.
In queste serate si provano davanti ad un pubblico pezzi nuovi, o di repertorio rivisitati, per testarne l'efficacia, il tutto sotto la supervisione di un autore mandato dalla Bananas, la società che gestisce il marchio Zelig.
Laboratori del genere ce ne sono una dozzina in tutta Italia e gli autori sono sempre in attesa di poter scoprire nuovi talenti e nuove idee da portare poi alla base centrale, lo Zelig di Viale Monza a Milano.
 
Infatti questi laboratori costituiscono solo il primo passo per sperare di poter accedere ad una lunga trafila che potrebbe portare a calcare il palco del famoso locale milanese.
Una gavetta non facile, lunga e che rispetta il celebre motto morandiano “uno su mille ce la fa”.
Sono infatti centinaia gli aspiranti comici che gravitano ogni anno attorno ai laboratori, nella speranza che il loro personaggio, o la loro idea, possa convincere l'autore di zona, che la trovi interessante e che la proponga presso il Laboratorio Artistico, la serata che si tiene ogni settimana allo Zelig di Milano e che ha come scopo proprio quello di visionare le novità e vedere se sono originali e funzionano.
Il passo successivo sono i provini per Zelig Off e, se tutto va bene, si mette finalmente piede in prima serata all'Arcimboldi.
 
Tutto questo lavoro (che può durare anni) in funzione della visibilità televisiva, che porta lavoro a quei comici che possono vantare riconoscibilità e passaggi sul piccolo schermo.
 
Per questa stagione tanti comici emergenti di Verona e molti professionisti si metteranno alla prova con il difficile pubblico scaligero, cercando di strappare una risata che possa essere foriera di una carriera sfavillante nel difficile mondo della comicità in TV.
 
Ad organizzare il tutto c'è Verona Cabaret, di Cristian Calabrese, già co-organizzatore del laboratorio alle Cantine De L'Arena e volto noto di programmi come Central Station (Comedy Central ed MTV) e prossimamente a Zelig Off.
Per la parte autoriale, a decretare chi salirà sul palco e potrà dire la sua, c'è Marco Del Conte, già autore di Raul Cremona e Diego Parassole.
 
I provini si terranno il 27 ottobre presso il Teatro Ss. Trinità, via Ss. Trinità 4 a Verona.
Per iscriversi ai provini: http://areazelig.it/lab.php

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Estravagario in balera: un lungo prologo senza parole

Non amiamo in particolar modo gli spettacoli esclusivamente musicali. E conoscendo le opere cui s'ispirava questo "Balera Paradiso" proposto dalla compagnia Estravagario Teatro, siamo andati ad assistervi con la convinzione di passare una serata noiosa.
Come è andata? Vediamo di raccontarlo con ordine.
 
Innanzitutto annotiamo che il testo di presentazione dello spettacolo lo descrive come un libero adattamento (ad opera di Riccardo Pippa e Alberto Bronzato) de "Le Bal", spettacolo del Théâtre du Campagnol che risale al 1980, secondo la versione cinematografica offerta da Ettore Scola nel 1983. Tuttavia, entrambe le versioni raccontano la Francia, dove sono ambientate. Riteniamo invece che l'allestimento diretto da Alberto Bronzato sia più probabilmente ispirato alla versione teatrale italiana – di grande successo – che Giancarlo Sepe ha realizzato nel 1997 e replicato per i successivi quattro anni. È singolare, quindi, che questo spettacolo non sia nemmeno stato citato con gli altri antecedenti.

La Balera inizia nel silenzio. Il barman e la guardarobiera, uno per volta, preparano il locale all'apertura. L'impressione che abbiamo ricevuto dalla scena iniziale è stata di eccessiva lunghezza e staticità, impressione sostenuta anche dalla mancanza di battute da parte degli attori. Una prima conferma dei nostri timori, peraltro pregiudiziali, dunque.
Anche l'ingresso dei primi clienti della Balera ha inizialmente un ritmo lento, che però prende vigore mentre sfilano uno per uno davanti al pubblico, in una sorta di presentazione muta. L'espediente dello specchio immaginario sulla quarta parete per descrivere agli spettatori i caratteri essenziali dei personaggi, è stato l'elemento più vivace di questo prologo forse troppo lungo.

A questo punto però lo spettacolo prende decisamente un ritmo più piacevole, scandito dalla colonna sonora e dalle microstorie che avvengono sul palcoscenico, una dopo l'altra. Una vera e propria galleria in cui due fili conduttori s'intrecciano per mantenere viva la tensione narrativa. Da un lato, la successione dei costumi, delle musiche e dei rapporti tra ia personaggi raccontano in filigrana una evoluzione della società italiana nel corso del '900. Su un altro livello narrativo, invece, assistiamo alle storie individuali drammatizzate dagli attori.

La messa in scena dello spettacolo ci è parsa impeccabile. La composizione dei quadri, la scelta delle musiche, la sincronia col movimento degli attori e le coreografie molto ben curate hanno dato chiaramente la percezione di un accuratissimo lavoro registico. Possiamo tranquillamente sorvolare su alcune minime sbavature che probabilmente il pubblico ha subito dimenticato, seppure le ha notate. Da segnalare la presenza in scena, per buona parte dello spettacolo, di alcuni musicisti, cosa alquanto rara nelle compagnie amatoriali veronesi (solo il Gruppo Popolare Contrade, di Settimo di Pescantina, a quanto ne sappiamo, ha da sempre musicisti dal vivo in organico nei propri allestimenti).
La scenografia è apparentemente essenziale e curata nei dettagli, mentre i cambi scena sono affidati solo parzialmente all'illuminazione ed in misura più consistente agli apporti ed alle sottrazioni di elementi da parte degli stessi attori. Non possiamo tralasciare di menzionare i costumi ed il trucco degli attori, elementi che hanno contribuito in modo non secondario alla lettura del periodo storico da parte degli spettatori in uno spettacolo completamente privo di battute.

Siamo arrivati al punto. Gli attori svolgono i loro movimenti scenici senza emettere alcun suono. La mimica viene usata, certo, ma senza che sia richiesta una particolare intensità espressiva, se non in rari casi. Una scelta, questa, per cui possiamo accettare di usare il termine "sperimentale". E possiamo anche, visto il risultato ottenuto e l'evidente apprezzamento del pubblico, considerare riuscito l'esperimento. Tuttavia ci pare che questo spettacolo sia adatto a mettere in risalto soprattutto la qualità della regia, e che non lasci granché spazio alla capacità espressiva degli attori, eccessivamente ingabbiati da una struttura fortemente ancorata alla colonna sonora e inoltre privati dell'uso della voce.

Rispondiamo dunque alla domanda iniziale. La serata è trascorsa meglio di come ci aspettassimo. Lo spettacolo è tecnicamente riuscito e gli spettatori hanno visibilmente gradito (i commenti che abbiamo raccolto al termine non lasciano dubbi in proposito). Tuttavia manteniamo tutte le nostre riserve riguardo questo tipo di allestimento, soprattutto per quanto concerne la libertà espressiva degli attori che qui ci pare forzatamente livellata (verso il basso?). Unico personaggio ad emergere è – a nostro parere, non a caso – quello del barista, presente in modo costante per tutto lo spettacolo, interpretato dal regista Bronzato con alcuni elementi che ricordano certi silenziosi "burattinai" nichettiani.

Una buona dimostrazione di bravura da parte della compagnia Estravagario, questo è il dato oggettivo. Ma la nostra personale impressione è stata quella di un lungo prologo senza recitazione.

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Le donne a parlamento: l’avanguardia del teatro classico

 Ieri sera è andata in scena l’ultima replica de Le donne a parlamento, spettacolo presentato dalla compagnia Giorgio Totola. Noi eravamo lì, pronti a rilevare ogni minimo difetto, per questa prima recensione del nuovo VeronaTeatro.Org 2.0.

Il testo e l’adattamento.

Scegliere un testo classico per le serate estive nei cortili non sempre è una buona idea. Bisogna essere in grado di adattarlo alla sensibilità di un pubblico che, in buona parte, viene a cercare una risata facile, senza pensieri. Nel caso de Le donne a parlamento, l’esperimento di Massimo Totola, regista e autore dell’adattamento, è pienamente riuscito.

Di per sé la commedia scritta venticinque secoli fa da un Aristofane già sessantenne mantiene da sola una sua solidità senza tempo sia nella struttura comica che nei temi politici e sociali affrontati. Una rinfrescata al linguaggio (in realtà, qui si tratta di una consistente riscrittura e riduzione) ed è fatta: ecco un testo satirico fresco ed attualissimo. Certo, l’ateniese Aristofane con quel curioso slogan del “tutto in comune” non mirava di sicuro al comunismo, ma al peculiare regime di governo di Sparta, rivale storica di Atene, da prendere in giro per il sommo divertimento dei suoi concittadini. Ma la coincidenza ed il conseguente equivoco contribuiscono a mantenere giovane quest’opera.

Promuoviamo l’adattamento di Totola a pieni voti, ma non saremmo buoni critici se risparmiassimo di criticare i dettagli che ci paiono meno riusciti.
Cominciamo dal prologo, tecnicamente un dialogo tra due semicori, in verità un testo tratto dalle Operette morali di Giacomo Leopardi (il Dialogo di un cavallo e un bue), che risulta eccessivamente lungo e statico, al punto da mettere a dura prova l’attenzione del pubblico più volenteroso.
Altrettanto si potrebbe dire del dialogo a più voci tra le donne travestite da uomini che viene subito dopo, se non fosse per il movimento scenografico più vivace ed il gioco di toni della recitazione sufficientemente vario da guidare lo spettatore attraverso lo sviluppo dei concetti espressi. Si seguono senza fatica – persino con divertimento – anche i monologhi delle attrici, molto brave e precise nella dizione delle battute.

Un elemento che non abbiamo gradito è stato il monologo finale del primo atto. È stato, sì, divertente e ben recitato, ma vi abbiamo scorto – e non siamo stati gli unici – una semplice giustapposizione di battute provenienti dal cabaret e già abbondantemente sentite altrove. La cosa assume un carattere spiacevole soprattutto per chi come noi segue da vicino, oltre al teatro, anche il lavoro dei cabarettisti, che vivono questo tipo di “riuso” come un grave sgarbo, quasi un furto.
Anche il monologo di Ermete all’inizio del secondo atto appare come un intermezzo cabarettistico, ma questa volta si percepisce una maggiore integrazione nel testo. L’effetto “corpo estraneo” è qui poco più che una sensazione soggettiva.

Dobbiamo infine segnalare una vaga impressione generale di frammentarietà nella successione delle scene. Impressione generata inevitabilmente, a nostro parere, dal lavoro di riduzione svolto sul testo. Una scelta corretta e consapevole, quindi, e non un difetto.

Gli attori e la regia.

Non abbiamo assistito alla prima ed arriviamo dopo una decina di repliche che di sicuro hanno giovato alle prestazioni degli attori.  Detto (ehm, scritto) questo, non abbiamo rilevato incertezze nella recitazione di ciascun attore. Qualche sbavatura c’è stata, certo, ma si tratta di quelle contingenze irrilevanti che si vedono in tutti gli spettacoli teatrali, compresi quelli delle compagnie professioniste. Insomma quei dettagli che fanno preferire il teatro al cinema.

Tra le eccellenze da sottolineare ci mettiamo la recitazione dei monologhi sparsi per tutto il testo, resi ottimamente da tutti gli attori e le attrici che vi si sono cimentati. Non abbiamo notato l’emergere di un personaggio rispetto agli altri, ma si tratta di un appiattimento verso l’alto del livello qualitativo. A noi sono piaciuti di più  Diana, Zoe ed Ermete (rispettivamente interpretati da Jessica Rollo, Ottavia Bergamini e Claudio Neri) ma le nostre preferenze si fondano più sul gusto personale che su altri oggettivi elementi.

Vale la pena spendere qualche parola sulla cura della dizione italiana mostrata dalle attrici, elemento basilare ma che non sempre i registi degnano di sufficiente attenzione.
Abbiamo scritto delle attrici. Qualche dubbio sulle flessioni della pronuncia di Theophilus (Otello Visentini) e Zotihos (Fernando Bustaggi) ci è rimasto. Supponiamo che ci fosse una precisa scelta registica dietro l’improbabile camuffamento della voce di Theophilus con una raucedine che suona palesemente finta e per nulla naturale. Di sicuro le battute mostravano un certo affanno nel mantenere una corretta dizione sotto quello sforzo aggiuntivo. Anche il personaggio di Zotihos denunciava qualche flessione regionale di troppo nel suo eloquio, ma la recitazione energica e la voce più libera da costrizioni hanno permesso una maggiore varietà espressiva.

Ignoriamo per questi due casi quanto l’indulgenza verso l’accentuazione localistica sia stata una scelta, di certo lo è stata nel caso di Ermete che ha recitato sempre in un italiano-romanesco molto preciso che non può certo essere frutto del caso. L’esito è stato sicuramente molto positivo per lo spettacolo, anche se siamo tutt’ora incerti sull’opportunità dell’associare la parlata romana ad un personaggio che, almeno nelle intenzioni, era pur sempre un greco.

Molto ben riuscito l’inserimento dei due intermezzi musicali. Aristofane aveva effettivamente introdotto ne Le donne al parlamento questa novità modificando l’uso tradizionale del coro per adeguarsi al gusto del pubblico che, ormai all’alba del IV secolo p.e.v.1 , stava cambiando. Tornando a noi, Roberta Adami/Athena ha interpretato alla perfezione il ruolo di cantante, così come Fernando Bustaggi e Claudio Neri quello dei musici.

Un accenno finale alla scena, scarna e funzionale ma che non rinuncia per questo ad un notevole impatto scenografico. Ci è piaciuta la scelta cromatica in bianco (con poche, ci pare significative, eccezioni) dei costumi, accordata agli elementi ed agli oggetti di scena, che permetteva di giocare in modo discreto ma aprezzabile, con luci ed ombre.

Ci sembra di non aver tralasciato nulla di importante. A noi questo spettacolo è piaciuto. Sono ovviamente bene accetti commenti di segno diverso.

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  1. prima dell’era volgare, v. http://it.wikipedia.org/wiki/Era_volgare []
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L’ANORESSIA DIETRO LO SPECCHIO

L’anoressia “dietro lo specchio” in uno spettacolo ironico, grottesco, che ferisce e fa ridere ed affronta con delicatezza un tema complesso come l’anoressia, ormai sorta di entità divinizzata che nel mondo del web si fa chiamare “ANA”. Scritto e diretto da Elena Marino e interpretato da Barbara Fingerle, Silvia Furlan e Flora Sarrubbo della Compagnia Teatrincorso Spazio 14 “Dietro lo specchio: I believe in perfection” sarà presentato giovedì 18 novembre, alle 21, al teatro Filippini per la rassegna Attoterzo di Fondazione Aida.

In una notte come tante, un corpo si muove vorticosamente in uno spazio vuoto fino allo stordimento, fino alla debolezza estrema che abbandona il corpo nelle mani degli altri, alla ricerca di un’ultima, estrema forma di comunicazione. Il corpo e lo spazio quindi, le parole dette o non dette capaci di condannare o liberare un’esistenza dal senso d’angoscia e da quello di inadeguatezza. In altre parole, lo spettacolo mette in scena un’ipotetica scomparsa dietro uno specchio che rimanda solo le immagini che gli altri vogliono vedere. E lo fa traducendo in immagini forti ed emozionanti il desiderio e l’impossibilità di comunicare, l’amarezza e la bellezza, il dolore, la voglia di combattere…
Un linguaggio doloroso che riguarda tutti e che in alcuni casi prende di mira il cibo. Ma non si tratta di fame o non fame: è l’impossibilità di essere se stessi che può condurre un essere umano a scegliere, pur non volendo, l’annullamento. Non a caso, nello spettacolo la parola anoressia non viene mai citata.

Teatro Filippini Vicolo Dietro Campanile Filippini 1, Verona
Biglietti 6/8 euro. Acquisto online dal sito www.fondazioneaida.it
Informazioni: Fondazione Aida tel. 0458001471 / 045 595284 – fondazione@f-aida.it

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This post was submitted by Fondazione Aida.

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Il Gruppo Contrade entusiasma anche la critica

Fonte: Gruppo Popolare Contrade, da L’Arena del 19 luglio 2010

La recensione de L'Arena

Segue l’articolo di Lino Cattabianchi per la pagina degli spettacoli de L’Arena.

Tra la scena e la guerra per riflettere e divertirsi

A Villa Bertoldi felice debutto per il nuovo spettacolo del gruppo Contrade “A morire vanno sempre gli altri”, racconto tra la Prima Guerra mondiale e primi anni Venti. La piccola comunità dei braccianti che vive in un piccolo borgo di provincia, affronta le preoccupazioni per chi è andato a morire al fronte. A ciò si aggiungono le prepotenze del sior Vittorio che, non contento della sua posizione dominante, mette gli occhi su Celeste, figlia di Piero. La cosa finirebbe male se, al ritorno dei reduci sani e salvi, non si scoprisse che la sorella di Vittorio ama segretamente il figlio del fattore, promettente studente di medicina. Il compromesso in nome dei sentimenti supera le barriere sociali e tutto finisce in gloria.

Ma sullo sfondo continua ad agitarsi il “bollore” del primo dopoguerra, tra aspirazioni di giustizia e di riconoscimento dei diritti. La pièce, scritta da David Conati con Delio Righetti e Paolo Corsi, si avvale delle musiche di Giannantonio Mutto e offre spunti di riflessione e di divertimento con un registro di facile ed immediata comprensione. Le scelte di regia confermano le caratteristiche del Gruppo Contrade: le scene, i costumi, le coreografie, i suoni interrogano la complessità del presente, con la carica di buon senso e disponibilità che fa vedere l’altro come qualcuno da incontrare piuttosto che da allontanare. LC

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Verbavolant: di spettacolare c'è solo il fiasco

La stroncatura sull'Arena

Uno spettacolo senza spina dorsale, infarcito di luoghi comuni banali e depresso da una regia incerta. La buona volontà degli attori in scena non ha salvato un allestimento decisamente di scarso livello. Questo, in sintesi, l’impietoso giudizio critico pubblicato su L’Arena (domenica 25 luglio) a proposito della esibizione del gruppo Verbavolant (“Indovina chi sviene a cena”).

Ci sono due aspetti che preme sottolineare in questa sede. Innanzitutto una nota culturale: si segnala in questo spettacolo l’ennesima rappresentazione dell’omosessualità effettuata attraverso stereotipi e pregiudizi derivati da una concezione perbenistica ed ipocrita che, francamente, al giorno d’oggi ritenevamo ormai relegata negli ambienti omofobici bigotti e refrattari allo sviluppo civile della nostra società. Può darsi che la scelta di questo testo e le modalità con cui è stato messo in scena, da questo punto di vista, siano indicativi di una certa mentalità. Ma non ci interessa indagare il gusto – a nostro avviso assai cattivo – di chi ha allestito questo spettacolo.

A latere ci viene da considerare che se c’è una città dove ci si aspetterebbe un tale imbarbarimento culturale, questa è indubbiamente la Verona razzista di questi anni leghisti. Dispiace che anche il mondo del teatro amatoriale debba essere toccato da queste tendenze che con la cultura hanno poco a che vedere. Ma stiamo divagando.

In secondo luogo, e torniamo a parlare di teatro, sottolineamo la perdurante difficoltà della compagnia Verbavolant di allestire spettacoli il cui valore artistico sia quantomeno accettabile. Si deve ormai risalire indietro di quasi quattro anni, alla fine del 2006, per ricordare le ultime esibizioni apprezzabili, quando ancora facevano parte del gruppo personalità artistiche di valore.

Foto Brenzoni, da L'Arena del 25 luglio

A nulla è servito, pare, il cambio di regia operato quest’anno, dopo il malriuscito tentativo del 2009 di maneggiare elementi culturali del tutto estranei ai membri del gruppo. Siamo d’accordo, insomma, con la bocciatura della vecchia regia rimarcata da questo cambio, ma il risultato è stato di certo scadente. Quando la qualità manca, non basta un ritocco cosmetico ed un po’ di presunzione per fare teatro. A maggior ragione quando si pretende di affrontare temi che sono oltre le proprie capacità.

Fortuna dei Verbavolant è l’avere accesso ai cortili ed alle rassegne comunali a prescindere da ciò che vi si rappresenta. Non fosse così, riteniamo che difficilmente spettacoli di questo livello possano avere un mercato laddove avviene una preventiva selezione di qualità.

Ma non tutto è da buttare via. Gli attori hanno mostrato di avere buona volontà, e su questa è possibile pur sempre costruire qualcosa, se si è disposti ad imparare. Chi opera nel teatro dovrebbe ricordare che si recita per il pubblico, non per se stessi. Consigliamo un bagno di umiltà prima di ricominciare, magari con meno pretese, tenendo conto dei propri limiti. Già in passato questa compagnia ha attraversato lunghi periodi di pausa: forse è il caso di fermarsi a riflettere ancora un pochino?

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Il malato immaginario: sufficienza piena per la compagnia Giorgio Totola

Nel complesso piacevole.
Il malato immaginario allestito da Carla Totola non si può dire che non funzioni. Ma dobbiamo ammettere che si tratta di un successo in gran parte dovuto alla bravura degli attori in scena ed alla forza del testo, intatta nonostante i secoli e le riletture. Ma questo è il carattere tipico dei classici, ed in fondo è uno dei motivi per cui si scelgono (nei cortili 2010 sono due le compagnie che hanno allestito questo testo di Molière).

Piacevole, dicevamo, il lavoro degli attori. Meno convincenti alcune scelte registiche.
Affidare ad attrici donne tutte le parti maschili – seppure esclusa quella principale – poteva essere un’ottima idea, ed in buona parte ha funzionato. La bontà di questa impostazione ha però sofferto dell’incoerenza rappresentata da due parti minori, quelle del notaio e del servitore (appena una comparsata muta) interpretate da attori maschi.

Riteniamo che sia mancato il coraggio di andare fino in fondo con una scelta che avrebbe potuto pagare, in termini di effetto finale, molto più di quanto abbia fatto in questo modo. Vero è che il notaio, interpretato da Claudio Neri, pur in una parte molto ridotta, ha dimostrato una grande padronanza dei propri strumenti interpretativi. Ciò non fa che confermare quanto già affermato sulla qualità degli attori. Ma resta l’incoerenza di fondo segnalata che pesa sul giudizio complessivo. Mancanza di attrici o che altro? Non ha importanza.

Altra scelta discutibile e, questa sì, del tutto incomprensibile è legata alla recitazione fuori scena, affidata a plateali registrazioni audio che hanno creato un effetto disturbante sull’equilibrio dello spettacolo. Perché non si è preferita una recitazione “dal vivo”? Qual era l’effetto che si voleva ottenere? Non lo sappiamo, ma abbiamo potuto provare l’effetto ottenuto: fastidio.

Al di là dei difetti segnalati, lo spettacolo risulta comunque di buon livello, piacevole e divertente. Da sottolineare le prestazioni delle attrici, che hanno mostrato un eccellente controllo della recitazione. Sempre efficaci, sono riuscite a non eccedere nelle rispettive caratterizzazioni maschili, pericolo sempre in agguato in questi casi. Ci sentiamo di nominare almeno due delle interpreti, particolarmente azzeccate: Ottavia Bergamini, che ha rappresentato il Dottor Purgone, e Roberta Adami, cui sono state affidate le parti di Tommaso e della farmacista, signora Fleurant.

Argante, al secolo Stefano Carradore, ha dominato la scena per tutto il tempo, anche lui in modo sufficientemente misurato, pur evidenziando a tratti qualche minimo calo di intensità, dovuto però più a qualche malanno fisico che ad altro, come ci è stato confermato nel dopo spettacolo.

Dopo un’attenta analisi del profilo psicologico e del legame esistente tra tutti i personaggi e Argante protagonista, abbiamo percorso la strada della naturale espressione della gestualità e vocalità, e così pure valorizzando le grottesche figure dei medici, note come aspetto divertente e pungente del tema predominante della famosa commedia francese. Abbiamo altresì abbandonato l’ambientazione seicentesca non volendo appositamente dare un preciso periodo storico, accostando il più possibile gli impulsi emozionali ad una contemporaneità senza tempo, ricercando nel bagaglio di ogni attore “un fatto”, “una situazione” realmente accaduta e vicina al profilo interpretativo. Tutto si svolge in continuo movimento di sali-scendi tra pedane, scale, scivoli e sgabelli, purghe, medicine e tanto gioco tra finzione e realtà.

Il sito web della compagnia è: http://www.totolateatro.it/

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Debutto "spettacolare" per il ventennale del Gruppo Popolare Contrade

Fonte: Gruppo Popolare Contrade

Ancora un successo.
Il nuovo spettacolo del Gruppo Popolare Contrade ha divertito e commosso alcune centinaia di persone lo scorso fine settimana, ricevendo la giusta ricompensa in forma d’applausi e sorrisi sia al debutto di venerdì che alla replica di sabato.

Sedicesima realizzazione originale del Gruppo Contrade, che festeggia il 20° anno di attività artistica, “A morire vanno sempre gli altri” è un testo che affronta il tema delle divisioni sociali in un momento della nostra storia recente, il primo dopoguerra, nel quale la società e la politica italiana stanno per subire uno degli sconvolgimenti più profondi e repentini del ventesimo secolo.

Gli eventi del 1918 sono solo un eco quando arrivano nella provincia contadina, dominata da un ricco proprietario locale, d’indole prepotente e violenta. Tuttavia l’esperienza bellica dei ragazzi, le notizie delle lotte contadine ed operaie che vengono da fuori, la presa di coscienza delle donne e la forza dei sentimenti congiurano perché le cose cambino, almeno un po’, suggerendo, al termine del racconto, che il cambiamento possa continuare.

Come da tradizione, la musica che accompagna lo spettacolo è eseguita dal vivo dai musicisti del Gruppo Contrade. E come è ormai consuetudine, il debutto è avvenuto nella cornice di villa Bertoldi, a Settimo di Pescantina. In questa occasione, l’assessore al bilancio del Comune di Pescantina, Loredana Piubello, ha voluto manifestare l’apprezzamento dell’amministrazione per il lavoro svolto in questi due decenni leggendo un messaggio del sindaco, impossibilitato a partecipare di persona. Non è mancato un accenno al progetto, ormai di imminente avvio, per la creazione di un centro culturale polifunzionale a Settimo di Pescantina che sorgerà al posto del vecchio edificio dell’ex centro parrocchiale, attuale sede del Gruppo Popolare Contrade, il quale beneficerà del rinnovamento. Un nuovo teatro è sempre una buona notizia: di questi tempi, poi…

L’incaricato alle manifestazioni del Comune di Pescantina, Ciro Ferrari, ha voluto manifestare ulteriormente la gratitudine della cittadinanza verso il Gruppo Popolare Contrade, offrendo una targa commemorativa di questi primi vent’anni all’associazione, ed un secondo speciale riconoscimento personale al regista, Delio Righetti, per il suo grande impegno nel campo della cultura a Pescantina. Un omaggio senza alcun dubbio meritato.

Il prossimo appuntamento con “A morire vanno sempre gli altri”, a Garda il 28 luglio.

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