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Ultradecennale esperienza nel teatro amatoriale come attore, regista, autore, scenografo e tecnico audio, con alle spalle compagnie fondate e fatte crescere, continuo a mietere consensi artistici e umani. Nel giudicare il lavoro altrui metto la stessa intransigenza e schiettezza con cui giudico me stesso. E so di essere molto preparato in materia teatrale. Perciò se scrivo che il vostro spettacolo fa schifo, probabilmente ho ragione.

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Estravagario in balera: un lungo prologo senza parole

Non amiamo in particolar modo gli spettacoli esclusivamente musicali. E conoscendo le opere cui s'ispirava questo "Balera Paradiso" proposto dalla compagnia Estravagario Teatro, siamo andati ad assistervi con la convinzione di passare una serata noiosa.
Come è andata? Vediamo di raccontarlo con ordine.
 
Innanzitutto annotiamo che il testo di presentazione dello spettacolo lo descrive come un libero adattamento (ad opera di Riccardo Pippa e Alberto Bronzato) de "Le Bal", spettacolo del Théâtre du Campagnol che risale al 1980, secondo la versione cinematografica offerta da Ettore Scola nel 1983. Tuttavia, entrambe le versioni raccontano la Francia, dove sono ambientate. Riteniamo invece che l'allestimento diretto da Alberto Bronzato sia più probabilmente ispirato alla versione teatrale italiana – di grande successo – che Giancarlo Sepe ha realizzato nel 1997 e replicato per i successivi quattro anni. È singolare, quindi, che questo spettacolo non sia nemmeno stato citato con gli altri antecedenti.

La Balera inizia nel silenzio. Il barman e la guardarobiera, uno per volta, preparano il locale all'apertura. L'impressione che abbiamo ricevuto dalla scena iniziale è stata di eccessiva lunghezza e staticità, impressione sostenuta anche dalla mancanza di battute da parte degli attori. Una prima conferma dei nostri timori, peraltro pregiudiziali, dunque.
Anche l'ingresso dei primi clienti della Balera ha inizialmente un ritmo lento, che però prende vigore mentre sfilano uno per uno davanti al pubblico, in una sorta di presentazione muta. L'espediente dello specchio immaginario sulla quarta parete per descrivere agli spettatori i caratteri essenziali dei personaggi, è stato l'elemento più vivace di questo prologo forse troppo lungo.

A questo punto però lo spettacolo prende decisamente un ritmo più piacevole, scandito dalla colonna sonora e dalle microstorie che avvengono sul palcoscenico, una dopo l'altra. Una vera e propria galleria in cui due fili conduttori s'intrecciano per mantenere viva la tensione narrativa. Da un lato, la successione dei costumi, delle musiche e dei rapporti tra ia personaggi raccontano in filigrana una evoluzione della società italiana nel corso del '900. Su un altro livello narrativo, invece, assistiamo alle storie individuali drammatizzate dagli attori.

La messa in scena dello spettacolo ci è parsa impeccabile. La composizione dei quadri, la scelta delle musiche, la sincronia col movimento degli attori e le coreografie molto ben curate hanno dato chiaramente la percezione di un accuratissimo lavoro registico. Possiamo tranquillamente sorvolare su alcune minime sbavature che probabilmente il pubblico ha subito dimenticato, seppure le ha notate. Da segnalare la presenza in scena, per buona parte dello spettacolo, di alcuni musicisti, cosa alquanto rara nelle compagnie amatoriali veronesi (solo il Gruppo Popolare Contrade, di Settimo di Pescantina, a quanto ne sappiamo, ha da sempre musicisti dal vivo in organico nei propri allestimenti).
La scenografia è apparentemente essenziale e curata nei dettagli, mentre i cambi scena sono affidati solo parzialmente all'illuminazione ed in misura più consistente agli apporti ed alle sottrazioni di elementi da parte degli stessi attori. Non possiamo tralasciare di menzionare i costumi ed il trucco degli attori, elementi che hanno contribuito in modo non secondario alla lettura del periodo storico da parte degli spettatori in uno spettacolo completamente privo di battute.

Siamo arrivati al punto. Gli attori svolgono i loro movimenti scenici senza emettere alcun suono. La mimica viene usata, certo, ma senza che sia richiesta una particolare intensità espressiva, se non in rari casi. Una scelta, questa, per cui possiamo accettare di usare il termine "sperimentale". E possiamo anche, visto il risultato ottenuto e l'evidente apprezzamento del pubblico, considerare riuscito l'esperimento. Tuttavia ci pare che questo spettacolo sia adatto a mettere in risalto soprattutto la qualità della regia, e che non lasci granché spazio alla capacità espressiva degli attori, eccessivamente ingabbiati da una struttura fortemente ancorata alla colonna sonora e inoltre privati dell'uso della voce.

Rispondiamo dunque alla domanda iniziale. La serata è trascorsa meglio di come ci aspettassimo. Lo spettacolo è tecnicamente riuscito e gli spettatori hanno visibilmente gradito (i commenti che abbiamo raccolto al termine non lasciano dubbi in proposito). Tuttavia manteniamo tutte le nostre riserve riguardo questo tipo di allestimento, soprattutto per quanto concerne la libertà espressiva degli attori che qui ci pare forzatamente livellata (verso il basso?). Unico personaggio ad emergere è – a nostro parere, non a caso – quello del barista, presente in modo costante per tutto lo spettacolo, interpretato dal regista Bronzato con alcuni elementi che ricordano certi silenziosi "burattinai" nichettiani.

Una buona dimostrazione di bravura da parte della compagnia Estravagario, questo è il dato oggettivo. Ma la nostra personale impressione è stata quella di un lungo prologo senza recitazione.

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Le donne a parlamento: l’avanguardia del teatro classico

 Ieri sera è andata in scena l’ultima replica de Le donne a parlamento, spettacolo presentato dalla compagnia Giorgio Totola. Noi eravamo lì, pronti a rilevare ogni minimo difetto, per questa prima recensione del nuovo VeronaTeatro.Org 2.0.

Il testo e l’adattamento.

Scegliere un testo classico per le serate estive nei cortili non sempre è una buona idea. Bisogna essere in grado di adattarlo alla sensibilità di un pubblico che, in buona parte, viene a cercare una risata facile, senza pensieri. Nel caso de Le donne a parlamento, l’esperimento di Massimo Totola, regista e autore dell’adattamento, è pienamente riuscito.

Di per sé la commedia scritta venticinque secoli fa da un Aristofane già sessantenne mantiene da sola una sua solidità senza tempo sia nella struttura comica che nei temi politici e sociali affrontati. Una rinfrescata al linguaggio (in realtà, qui si tratta di una consistente riscrittura e riduzione) ed è fatta: ecco un testo satirico fresco ed attualissimo. Certo, l’ateniese Aristofane con quel curioso slogan del “tutto in comune” non mirava di sicuro al comunismo, ma al peculiare regime di governo di Sparta, rivale storica di Atene, da prendere in giro per il sommo divertimento dei suoi concittadini. Ma la coincidenza ed il conseguente equivoco contribuiscono a mantenere giovane quest’opera.

Promuoviamo l’adattamento di Totola a pieni voti, ma non saremmo buoni critici se risparmiassimo di criticare i dettagli che ci paiono meno riusciti.
Cominciamo dal prologo, tecnicamente un dialogo tra due semicori, in verità un testo tratto dalle Operette morali di Giacomo Leopardi (il Dialogo di un cavallo e un bue), che risulta eccessivamente lungo e statico, al punto da mettere a dura prova l’attenzione del pubblico più volenteroso.
Altrettanto si potrebbe dire del dialogo a più voci tra le donne travestite da uomini che viene subito dopo, se non fosse per il movimento scenografico più vivace ed il gioco di toni della recitazione sufficientemente vario da guidare lo spettatore attraverso lo sviluppo dei concetti espressi. Si seguono senza fatica – persino con divertimento – anche i monologhi delle attrici, molto brave e precise nella dizione delle battute.

Un elemento che non abbiamo gradito è stato il monologo finale del primo atto. È stato, sì, divertente e ben recitato, ma vi abbiamo scorto – e non siamo stati gli unici – una semplice giustapposizione di battute provenienti dal cabaret e già abbondantemente sentite altrove. La cosa assume un carattere spiacevole soprattutto per chi come noi segue da vicino, oltre al teatro, anche il lavoro dei cabarettisti, che vivono questo tipo di “riuso” come un grave sgarbo, quasi un furto.
Anche il monologo di Ermete all’inizio del secondo atto appare come un intermezzo cabarettistico, ma questa volta si percepisce una maggiore integrazione nel testo. L’effetto “corpo estraneo” è qui poco più che una sensazione soggettiva.

Dobbiamo infine segnalare una vaga impressione generale di frammentarietà nella successione delle scene. Impressione generata inevitabilmente, a nostro parere, dal lavoro di riduzione svolto sul testo. Una scelta corretta e consapevole, quindi, e non un difetto.

Gli attori e la regia.

Non abbiamo assistito alla prima ed arriviamo dopo una decina di repliche che di sicuro hanno giovato alle prestazioni degli attori.  Detto (ehm, scritto) questo, non abbiamo rilevato incertezze nella recitazione di ciascun attore. Qualche sbavatura c’è stata, certo, ma si tratta di quelle contingenze irrilevanti che si vedono in tutti gli spettacoli teatrali, compresi quelli delle compagnie professioniste. Insomma quei dettagli che fanno preferire il teatro al cinema.

Tra le eccellenze da sottolineare ci mettiamo la recitazione dei monologhi sparsi per tutto il testo, resi ottimamente da tutti gli attori e le attrici che vi si sono cimentati. Non abbiamo notato l’emergere di un personaggio rispetto agli altri, ma si tratta di un appiattimento verso l’alto del livello qualitativo. A noi sono piaciuti di più  Diana, Zoe ed Ermete (rispettivamente interpretati da Jessica Rollo, Ottavia Bergamini e Claudio Neri) ma le nostre preferenze si fondano più sul gusto personale che su altri oggettivi elementi.

Vale la pena spendere qualche parola sulla cura della dizione italiana mostrata dalle attrici, elemento basilare ma che non sempre i registi degnano di sufficiente attenzione.
Abbiamo scritto delle attrici. Qualche dubbio sulle flessioni della pronuncia di Theophilus (Otello Visentini) e Zotihos (Fernando Bustaggi) ci è rimasto. Supponiamo che ci fosse una precisa scelta registica dietro l’improbabile camuffamento della voce di Theophilus con una raucedine che suona palesemente finta e per nulla naturale. Di sicuro le battute mostravano un certo affanno nel mantenere una corretta dizione sotto quello sforzo aggiuntivo. Anche il personaggio di Zotihos denunciava qualche flessione regionale di troppo nel suo eloquio, ma la recitazione energica e la voce più libera da costrizioni hanno permesso una maggiore varietà espressiva.

Ignoriamo per questi due casi quanto l’indulgenza verso l’accentuazione localistica sia stata una scelta, di certo lo è stata nel caso di Ermete che ha recitato sempre in un italiano-romanesco molto preciso che non può certo essere frutto del caso. L’esito è stato sicuramente molto positivo per lo spettacolo, anche se siamo tutt’ora incerti sull’opportunità dell’associare la parlata romana ad un personaggio che, almeno nelle intenzioni, era pur sempre un greco.

Molto ben riuscito l’inserimento dei due intermezzi musicali. Aristofane aveva effettivamente introdotto ne Le donne al parlamento questa novità modificando l’uso tradizionale del coro per adeguarsi al gusto del pubblico che, ormai all’alba del IV secolo p.e.v.1 , stava cambiando. Tornando a noi, Roberta Adami/Athena ha interpretato alla perfezione il ruolo di cantante, così come Fernando Bustaggi e Claudio Neri quello dei musici.

Un accenno finale alla scena, scarna e funzionale ma che non rinuncia per questo ad un notevole impatto scenografico. Ci è piaciuta la scelta cromatica in bianco (con poche, ci pare significative, eccezioni) dei costumi, accordata agli elementi ed agli oggetti di scena, che permetteva di giocare in modo discreto ma aprezzabile, con luci ed ombre.

Ci sembra di non aver tralasciato nulla di importante. A noi questo spettacolo è piaciuto. Sono ovviamente bene accetti commenti di segno diverso.

  1. prima dell’era volgare, v. http://it.wikipedia.org/wiki/Era_volgare []
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Estravagario Teatro: e lo chiamano teatro amatoriale…

Dev’essere deluso, un critico, se non trova appigli per criticare? Noi crediamo di no. Se non altro perché ciò vuol dire che si è trascorsa una serata assistendo ad uno spettacolo molto ben realizzato. Come si può restare delusi?

I lettori attenti avranno già arguito da questa premessa che “Inganno in gonna”, il nuovo allestimento della compagnia Estravagario Teatro di Verona, è uno spettacolo che valutiamo in modo positivo. Ma ora ci tocca fornire i dettagli, e lo faremo con tutta la perfidia e la pignoleria che ci contraddistinguono.

Dobbiamo confessare innanzitutto che un certo scetticismo ci ha accompagnato già prima dell’inizio. L’indicazione sulla locandina che assegnava genericamente la regia a “Estravagario Teatro” ci rendeva inquieti e dubbiosi. In teatro serve una gestione artistica coerente dello spettacolo, che eviti ogni confusionaria eterogeneità della comunicazione verso il pubblico. Per questo è buona norma affidare la regia ad una sola persona.

Questa la regola. Come si fa con la grammatica di una lingua, però, una volta interiorizzate le regole, ovvero quando la loro applicazione diviene quasi istintiva, non ragionata, a quel punto è lecito superarle. Prendersi una licenza artistica richiede tuttavia una profonda consapevolezza dei propri mezzi ed estrema perizia nel loro uso. E questo è vero soprattutto quando si tratta di gestire più persone. Altrimenti è l’anarchia. Ed il disastro è garantito.
In teatro ci era capitato di apprezzare talvolta una regia a due, mai di tutto il gruppo. Da queste considerazioni derivava il nostro scetticismo ed anche l’attenzione volta a cogliere ogni possibile segnale che ci desse ragione.

Ci sbagliavamo, stavolta. La regia risulta assolutamente coerente, gli attori convincono in ogni momento ed il ritmo dei dialoghi e dei movimenti non ha mostrato alcun cedimento. Segno di notevole unità nella visione del testo e negli effetti da ottenere. Concordia evidente, del resto, anche dall’affiatamento tra gli attori sul palco. Insomma, l’elemento che, in mani sprovvedute, avrebbe messo a rischio l’impresa, è stato invece quello che ha sottolineato ed esaltato la qualità della compagnia Estravagario Teatro e l’esperienza dei suoi attori-registi.

Ulteriore nota di merito quella di aver allestito un testo praticamente inedito in un panorama, quello del Teatro nei Cortili, in cui anno dopo anno vengono riproposti puntualmente gli stessi testi.
Il testo allestito è il “Leading ladies” di Ken Ludwig tradotto da Marco Mirandola (che è anche uno degli attori in scena). Secondo quanto dichiarato nella presentazione dello spettacolo, ad oggi non esisteva una traduzione in italiano. Tale affermazione ci risulta essere corretta, pertanto questo spettacolo non era stato mai rappresentato prima in Italia.
Altri aspetti determinanti per la riuscita di questo spettacolo secondo noi sono stati il trucco ed i costumi, con l’abile dosaggio di piccoli eccessi, laddove era da suscitare l’effetto comico. Ben strutturata la scenografia, con la doppia scalinata che permette di sfruttare completamente lo spazio scenico sui due livelli. Solo un appunto a proposito del telo dipinto a giardino che s’intravvedeva dietro la porta-finestra centrale: sarebbe forse apparso più realistico se avesse mostrato meno dettagli (la panchina era probabilmente di troppo, ma è una questione di gusto).

Qualche dubbio dobbiamo segnalarlo a proposito dell’illuminazione. I fari non sono sempre apparsi puntati in modo ottimale, creando a volte effetti luce-ombra apparsi casuali sulla scena e sugli attori. Dobbiamo segnalare, tuttavia, che tale appunto proviene da un esperto di illuminazione teatrale, anch’egli presente come spettatore, abituato a cogliere la minima imperfezione. Noi, l’ammettiamo, non abbiamo notato nulla. Altro aspetto forse migliorabile è la pausa per il cambio della scenografia tra scena e scena, che in talune occasioni ci è parsa troppo lunga.

Si tratta comunque di dettagli di scarso peso, che avvicinano comunque la compagnia Estravagario Teatro più alle compagnie professioniste che agli altri gruppi amatoriali con cui condivide i cortili veronesi.

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Laboratorio Clandestino di Cabaret: piacevole scoperta a Tregnago

Got to be good-looking ’cause it’s so hard to see.

La locandina della serata


Se è così difficile vederlo, dev’essere interessante, pensavamo, parafrasando Lennon. Ed in effetti è stato necessario uno sforzo di volontà per mettersi in macchina sabato sera a cercare un locale appena fuori Tregnago, il Birthaus. Parcheggiando elaboravamo congetture sul significato del nome… Birth – haus? Nulla nel suo aspetto da l’idea di un reparto di ostetricia. Per fortuna non siamo qui per inutili ironie.

Lo spettacolo di sabato 31 luglio ci ha divertiti. Il laboratorio di cabaret di Verona ha prodotto, a quanto pare, ottimi frutti. Peccato che ad assistere alla serata ci fosse così poca gente, complice la distanza dalla città e probabilmente la scarsa pubblicità. Ci possiamo anche aggiungere la data infelice di metà estate (giorno di partenze “intelligenti”) ed un tempo insolitamente freddo che certo non invitava a rimanere seduti in mezzo al vento. L’aggettivo “clandestino” sulla locandina non poteva essere meglio giustificato.

Ma VeronaTeatro.Org ed il CriticAttore c’erano. E se la son goduta, chiudendo bene camicia e giacca. Diciamo subito che tutti gli attori che si sono esibiti hanno mostrato un livello di preparazione superiore a quanto ci aspettavamo. La qualità media è alta, apparendo vieppiù sostenuta da evidente impegno e passione.
Dopo questa doverosa premessa, dobbiamo ricordarci che siamo pur sempre qui a criticare. E allora facciamo le pulci ai nostri eroi.

La struttura dello spettacolo è quella classica del cabaret all’italiana, con gli artisti che si alternano sul palco. A presentare c’è Mauro Cutrino, del gruppo “TreXuna“, sostituito occasionalmente ed efficacemente dal monologhista Alberto “Grezza” Grezzani.

Se non abbiamo capito male i nomi (e nell’eventualità, chi sa ci corregga!), i TreXuna sono, oltre al già citato Mauro Cutrino, Gigi Baldassarri, Dario Conti ed Elena Tramarin. Non li conosciamo, ma dal quanto abbiamo potuto vedere sembra trattarsi di attori provenienti dal teatro. Il modo di muoversi, la mimica, l’uso della recitazione corale (ed il modo di applicarla) ci sembra avere questa origine. Ovviamente possiamo sbagliarci.

Tuttavia questo genere di spettacolo, ed il fatto stesso di essere in quattro, ha sofferto della collocazione. Il palco troppo piccolo, l’illuminazione insufficiente e (disdetta, tremenda disdetta!) i radiomicrofoni che fanno i capricci hanno nociuto all’esibizione dei TreXuna. Del resto si tratta pur sempre di “pezzi” più difficili da adattare al contesto, specie quando è così disagiato, rispetto a quello che può essere il numero di un monologhista.

Non ci dilunghiamo ancora su questo punto. Il concetto dovrebbe essere già chiaro. L’effetto comico sul pubblico è stato ottenuto nel modo migliore possibile, ma sarebbe stato probabilmente più efficace in una collocazione più adatta. Di questo, ovviamente, non sono colpevoli gli attori. Una menzione particolare è da farsi per Mauro, che s’è occupato anche della conduzione della serata. Vogliamo anche citare Elena, di cui ha colpito l’autorevole presenza scenica. Il giudizio è positivo, quindi, ma aspettiamo di rivederli in una situazione più favorevole per migliorarlo.

Il Grezza ha rappresentato una sorpresa. Conoscevamo già la forza espressiva di talune sue esposizioni, ma la padronanza della scena e la sicurezza con cui ha porto i suoi monologhi al pubblico, giocando anche d’improvvisazione, con parola e gesto misurato, hanno stupito. C’è poco da aggiungere, un’ottima esibizione. Ma siccome siamo pignoli, segnaliamo che il secondo dei suoi monologhi appariva appena meno collaudato, come dire, più… grezzo rispetto all’altro. Forse è solo un’impressione, una sfumatura difficilmente visibile ai non addetti ai lavori; forse è una perfidia da critico sottolineare un tale insignificante dettaglio, ma tant’è.

Il duo musicale “Spesso & Volentieri” ha riproposto il classico tema del gioco con le canzoni famose “smontate e rimontate” in modo da divertire. Un gioco che riesce a non cadere nel ripetitivo, nello scontato o nel forzato. Resta sempre gradevole e leggero per il pubblico, tanto che alla fine dei loro pezzi sembra quasi che gli spettatori con gli occhi chiedano ancora.
Le condizioni atmosferiche sfavorevoli hanno colpito anche loro: sembra infatti che sia stato il freddo la causa del temporaneo dimezzamento del duo a metà serata. E noi supponiamo sia stato anche causa di qualche nota “facile” sfuggita male dall’ugola. Peccati veniali, tuttavia: la qualità c’è e s’è vista tutta.

Concludiamo con Giuseppe Forte (se abbiamo annotato correttamente il nome), che s’è visto forse troppo poco. Molto divertenti le sue brevi surreali interruzioni tra un’esibizione e l’altra. Il suo personaggio Tato Roboto appare ben rodato, anche se forse pecca in originalità, lasciando un sapore di già visto. Crediamo però che questa impressione sia dovuta più al nostro gusto personale. Infatti si è trattato probabilmente del momento che ha scaturito le maggiori risate tra il pubblico (e consentiteci licenza di render transitivo l’intransitivo). Del resto si sa: il critico vede cose che agli spettatori non interessano. E noi siamo dell’idea che quanto visto non renda del tutto la qualità di questo attore. Vogliamo rivedere anche lui, per poterne decantare più giuste lodi.

Ribadiamo quindi quanto scritto all’inizio: spettacolo ben costruito ed elementi di qualità. Saremo senz’altro presenti – per quanto possibile – alla prossima occasione per divertirci e per confermare gli aspetti positivi già sottolineati. Speriamo solo con un pubblico meno infreddolito e più numeroso: questi ragazzi meritano applausi.

Aggiornamento

Ringraziamo l’informatore che ha consentito, col suo messaggio di correggere qualche refuso e di aggiungere alcune precisazioni, tra le quali i nomi dei componenti del duo Spesso & Volentieri, Daniele Manfroi e Antonio Mignolli, il secondo dei quali interprete di un numero da solista durante la serata: a questo ci si riferiva col “dimezzamento temporaneo” della coppia. La giustificazione legata al freddo della serata era un espediente scenico… come dite voi profani, una battuta estemporanea dei presentatori.
Una battuta però tanto verosimile e ben sostenuta da far dubitare anche noi, dobbiamo ammetterlo, nonostante il numero di Antonio apparisse tutt’altro che improvvisato.

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Il Gruppo Contrade entusiasma anche la critica

Fonte: Gruppo Popolare Contrade, da L’Arena del 19 luglio 2010

La recensione de L'Arena

Segue l’articolo di Lino Cattabianchi per la pagina degli spettacoli de L’Arena.

Tra la scena e la guerra per riflettere e divertirsi

A Villa Bertoldi felice debutto per il nuovo spettacolo del gruppo Contrade “A morire vanno sempre gli altri”, racconto tra la Prima Guerra mondiale e primi anni Venti. La piccola comunità dei braccianti che vive in un piccolo borgo di provincia, affronta le preoccupazioni per chi è andato a morire al fronte. A ciò si aggiungono le prepotenze del sior Vittorio che, non contento della sua posizione dominante, mette gli occhi su Celeste, figlia di Piero. La cosa finirebbe male se, al ritorno dei reduci sani e salvi, non si scoprisse che la sorella di Vittorio ama segretamente il figlio del fattore, promettente studente di medicina. Il compromesso in nome dei sentimenti supera le barriere sociali e tutto finisce in gloria.

Ma sullo sfondo continua ad agitarsi il “bollore” del primo dopoguerra, tra aspirazioni di giustizia e di riconoscimento dei diritti. La pièce, scritta da David Conati con Delio Righetti e Paolo Corsi, si avvale delle musiche di Giannantonio Mutto e offre spunti di riflessione e di divertimento con un registro di facile ed immediata comprensione. Le scelte di regia confermano le caratteristiche del Gruppo Contrade: le scene, i costumi, le coreografie, i suoni interrogano la complessità del presente, con la carica di buon senso e disponibilità che fa vedere l’altro come qualcuno da incontrare piuttosto che da allontanare. LC

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Verbavolant: di spettacolare c'è solo il fiasco

La stroncatura sull'Arena

Uno spettacolo senza spina dorsale, infarcito di luoghi comuni banali e depresso da una regia incerta. La buona volontà degli attori in scena non ha salvato un allestimento decisamente di scarso livello. Questo, in sintesi, l’impietoso giudizio critico pubblicato su L’Arena (domenica 25 luglio) a proposito della esibizione del gruppo Verbavolant (“Indovina chi sviene a cena”).

Ci sono due aspetti che preme sottolineare in questa sede. Innanzitutto una nota culturale: si segnala in questo spettacolo l’ennesima rappresentazione dell’omosessualità effettuata attraverso stereotipi e pregiudizi derivati da una concezione perbenistica ed ipocrita che, francamente, al giorno d’oggi ritenevamo ormai relegata negli ambienti omofobici bigotti e refrattari allo sviluppo civile della nostra società. Può darsi che la scelta di questo testo e le modalità con cui è stato messo in scena, da questo punto di vista, siano indicativi di una certa mentalità. Ma non ci interessa indagare il gusto – a nostro avviso assai cattivo – di chi ha allestito questo spettacolo.

A latere ci viene da considerare che se c’è una città dove ci si aspetterebbe un tale imbarbarimento culturale, questa è indubbiamente la Verona razzista di questi anni leghisti. Dispiace che anche il mondo del teatro amatoriale debba essere toccato da queste tendenze che con la cultura hanno poco a che vedere. Ma stiamo divagando.

In secondo luogo, e torniamo a parlare di teatro, sottolineamo la perdurante difficoltà della compagnia Verbavolant di allestire spettacoli il cui valore artistico sia quantomeno accettabile. Si deve ormai risalire indietro di quasi quattro anni, alla fine del 2006, per ricordare le ultime esibizioni apprezzabili, quando ancora facevano parte del gruppo personalità artistiche di valore.

Foto Brenzoni, da L'Arena del 25 luglio

A nulla è servito, pare, il cambio di regia operato quest’anno, dopo il malriuscito tentativo del 2009 di maneggiare elementi culturali del tutto estranei ai membri del gruppo. Siamo d’accordo, insomma, con la bocciatura della vecchia regia rimarcata da questo cambio, ma il risultato è stato di certo scadente. Quando la qualità manca, non basta un ritocco cosmetico ed un po’ di presunzione per fare teatro. A maggior ragione quando si pretende di affrontare temi che sono oltre le proprie capacità.

Fortuna dei Verbavolant è l’avere accesso ai cortili ed alle rassegne comunali a prescindere da ciò che vi si rappresenta. Non fosse così, riteniamo che difficilmente spettacoli di questo livello possano avere un mercato laddove avviene una preventiva selezione di qualità.

Ma non tutto è da buttare via. Gli attori hanno mostrato di avere buona volontà, e su questa è possibile pur sempre costruire qualcosa, se si è disposti ad imparare. Chi opera nel teatro dovrebbe ricordare che si recita per il pubblico, non per se stessi. Consigliamo un bagno di umiltà prima di ricominciare, magari con meno pretese, tenendo conto dei propri limiti. Già in passato questa compagnia ha attraversato lunghi periodi di pausa: forse è il caso di fermarsi a riflettere ancora un pochino?

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Il malato immaginario: sufficienza piena per la compagnia Giorgio Totola

Nel complesso piacevole.
Il malato immaginario allestito da Carla Totola non si può dire che non funzioni. Ma dobbiamo ammettere che si tratta di un successo in gran parte dovuto alla bravura degli attori in scena ed alla forza del testo, intatta nonostante i secoli e le riletture. Ma questo è il carattere tipico dei classici, ed in fondo è uno dei motivi per cui si scelgono (nei cortili 2010 sono due le compagnie che hanno allestito questo testo di Molière).

Piacevole, dicevamo, il lavoro degli attori. Meno convincenti alcune scelte registiche.
Affidare ad attrici donne tutte le parti maschili – seppure esclusa quella principale – poteva essere un’ottima idea, ed in buona parte ha funzionato. La bontà di questa impostazione ha però sofferto dell’incoerenza rappresentata da due parti minori, quelle del notaio e del servitore (appena una comparsata muta) interpretate da attori maschi.

Riteniamo che sia mancato il coraggio di andare fino in fondo con una scelta che avrebbe potuto pagare, in termini di effetto finale, molto più di quanto abbia fatto in questo modo. Vero è che il notaio, interpretato da Claudio Neri, pur in una parte molto ridotta, ha dimostrato una grande padronanza dei propri strumenti interpretativi. Ciò non fa che confermare quanto già affermato sulla qualità degli attori. Ma resta l’incoerenza di fondo segnalata che pesa sul giudizio complessivo. Mancanza di attrici o che altro? Non ha importanza.

Altra scelta discutibile e, questa sì, del tutto incomprensibile è legata alla recitazione fuori scena, affidata a plateali registrazioni audio che hanno creato un effetto disturbante sull’equilibrio dello spettacolo. Perché non si è preferita una recitazione “dal vivo”? Qual era l’effetto che si voleva ottenere? Non lo sappiamo, ma abbiamo potuto provare l’effetto ottenuto: fastidio.

Al di là dei difetti segnalati, lo spettacolo risulta comunque di buon livello, piacevole e divertente. Da sottolineare le prestazioni delle attrici, che hanno mostrato un eccellente controllo della recitazione. Sempre efficaci, sono riuscite a non eccedere nelle rispettive caratterizzazioni maschili, pericolo sempre in agguato in questi casi. Ci sentiamo di nominare almeno due delle interpreti, particolarmente azzeccate: Ottavia Bergamini, che ha rappresentato il Dottor Purgone, e Roberta Adami, cui sono state affidate le parti di Tommaso e della farmacista, signora Fleurant.

Argante, al secolo Stefano Carradore, ha dominato la scena per tutto il tempo, anche lui in modo sufficientemente misurato, pur evidenziando a tratti qualche minimo calo di intensità, dovuto però più a qualche malanno fisico che ad altro, come ci è stato confermato nel dopo spettacolo.

Dopo un’attenta analisi del profilo psicologico e del legame esistente tra tutti i personaggi e Argante protagonista, abbiamo percorso la strada della naturale espressione della gestualità e vocalità, e così pure valorizzando le grottesche figure dei medici, note come aspetto divertente e pungente del tema predominante della famosa commedia francese. Abbiamo altresì abbandonato l’ambientazione seicentesca non volendo appositamente dare un preciso periodo storico, accostando il più possibile gli impulsi emozionali ad una contemporaneità senza tempo, ricercando nel bagaglio di ogni attore “un fatto”, “una situazione” realmente accaduta e vicina al profilo interpretativo. Tutto si svolge in continuo movimento di sali-scendi tra pedane, scale, scivoli e sgabelli, purghe, medicine e tanto gioco tra finzione e realtà.

Il sito web della compagnia è: http://www.totolateatro.it/

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Debutto "spettacolare" per il ventennale del Gruppo Popolare Contrade

Fonte: Gruppo Popolare Contrade

Ancora un successo.
Il nuovo spettacolo del Gruppo Popolare Contrade ha divertito e commosso alcune centinaia di persone lo scorso fine settimana, ricevendo la giusta ricompensa in forma d’applausi e sorrisi sia al debutto di venerdì che alla replica di sabato.

Sedicesima realizzazione originale del Gruppo Contrade, che festeggia il 20° anno di attività artistica, “A morire vanno sempre gli altri” è un testo che affronta il tema delle divisioni sociali in un momento della nostra storia recente, il primo dopoguerra, nel quale la società e la politica italiana stanno per subire uno degli sconvolgimenti più profondi e repentini del ventesimo secolo.

Gli eventi del 1918 sono solo un eco quando arrivano nella provincia contadina, dominata da un ricco proprietario locale, d’indole prepotente e violenta. Tuttavia l’esperienza bellica dei ragazzi, le notizie delle lotte contadine ed operaie che vengono da fuori, la presa di coscienza delle donne e la forza dei sentimenti congiurano perché le cose cambino, almeno un po’, suggerendo, al termine del racconto, che il cambiamento possa continuare.

Come da tradizione, la musica che accompagna lo spettacolo è eseguita dal vivo dai musicisti del Gruppo Contrade. E come è ormai consuetudine, il debutto è avvenuto nella cornice di villa Bertoldi, a Settimo di Pescantina. In questa occasione, l’assessore al bilancio del Comune di Pescantina, Loredana Piubello, ha voluto manifestare l’apprezzamento dell’amministrazione per il lavoro svolto in questi due decenni leggendo un messaggio del sindaco, impossibilitato a partecipare di persona. Non è mancato un accenno al progetto, ormai di imminente avvio, per la creazione di un centro culturale polifunzionale a Settimo di Pescantina che sorgerà al posto del vecchio edificio dell’ex centro parrocchiale, attuale sede del Gruppo Popolare Contrade, il quale beneficerà del rinnovamento. Un nuovo teatro è sempre una buona notizia: di questi tempi, poi…

L’incaricato alle manifestazioni del Comune di Pescantina, Ciro Ferrari, ha voluto manifestare ulteriormente la gratitudine della cittadinanza verso il Gruppo Popolare Contrade, offrendo una targa commemorativa di questi primi vent’anni all’associazione, ed un secondo speciale riconoscimento personale al regista, Delio Righetti, per il suo grande impegno nel campo della cultura a Pescantina. Un omaggio senza alcun dubbio meritato.

Il prossimo appuntamento con “A morire vanno sempre gli altri”, a Garda il 28 luglio.