Estravagario Teatro Archive

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Estravagario in balera: un lungo prologo senza parole

Non amiamo in particolar modo gli spettacoli esclusivamente musicali. E conoscendo le opere cui s'ispirava questo "Balera Paradiso" proposto dalla compagnia Estravagario Teatro, siamo andati ad assistervi con la convinzione di passare una serata noiosa.
Come è andata? Vediamo di raccontarlo con ordine.
 
Innanzitutto annotiamo che il testo di presentazione dello spettacolo lo descrive come un libero adattamento (ad opera di Riccardo Pippa e Alberto Bronzato) de "Le Bal", spettacolo del Théâtre du Campagnol che risale al 1980, secondo la versione cinematografica offerta da Ettore Scola nel 1983. Tuttavia, entrambe le versioni raccontano la Francia, dove sono ambientate. Riteniamo invece che l'allestimento diretto da Alberto Bronzato sia più probabilmente ispirato alla versione teatrale italiana – di grande successo – che Giancarlo Sepe ha realizzato nel 1997 e replicato per i successivi quattro anni. È singolare, quindi, che questo spettacolo non sia nemmeno stato citato con gli altri antecedenti.

La Balera inizia nel silenzio. Il barman e la guardarobiera, uno per volta, preparano il locale all'apertura. L'impressione che abbiamo ricevuto dalla scena iniziale è stata di eccessiva lunghezza e staticità, impressione sostenuta anche dalla mancanza di battute da parte degli attori. Una prima conferma dei nostri timori, peraltro pregiudiziali, dunque.
Anche l'ingresso dei primi clienti della Balera ha inizialmente un ritmo lento, che però prende vigore mentre sfilano uno per uno davanti al pubblico, in una sorta di presentazione muta. L'espediente dello specchio immaginario sulla quarta parete per descrivere agli spettatori i caratteri essenziali dei personaggi, è stato l'elemento più vivace di questo prologo forse troppo lungo.

A questo punto però lo spettacolo prende decisamente un ritmo più piacevole, scandito dalla colonna sonora e dalle microstorie che avvengono sul palcoscenico, una dopo l'altra. Una vera e propria galleria in cui due fili conduttori s'intrecciano per mantenere viva la tensione narrativa. Da un lato, la successione dei costumi, delle musiche e dei rapporti tra ia personaggi raccontano in filigrana una evoluzione della società italiana nel corso del '900. Su un altro livello narrativo, invece, assistiamo alle storie individuali drammatizzate dagli attori.

La messa in scena dello spettacolo ci è parsa impeccabile. La composizione dei quadri, la scelta delle musiche, la sincronia col movimento degli attori e le coreografie molto ben curate hanno dato chiaramente la percezione di un accuratissimo lavoro registico. Possiamo tranquillamente sorvolare su alcune minime sbavature che probabilmente il pubblico ha subito dimenticato, seppure le ha notate. Da segnalare la presenza in scena, per buona parte dello spettacolo, di alcuni musicisti, cosa alquanto rara nelle compagnie amatoriali veronesi (solo il Gruppo Popolare Contrade, di Settimo di Pescantina, a quanto ne sappiamo, ha da sempre musicisti dal vivo in organico nei propri allestimenti).
La scenografia è apparentemente essenziale e curata nei dettagli, mentre i cambi scena sono affidati solo parzialmente all'illuminazione ed in misura più consistente agli apporti ed alle sottrazioni di elementi da parte degli stessi attori. Non possiamo tralasciare di menzionare i costumi ed il trucco degli attori, elementi che hanno contribuito in modo non secondario alla lettura del periodo storico da parte degli spettatori in uno spettacolo completamente privo di battute.

Siamo arrivati al punto. Gli attori svolgono i loro movimenti scenici senza emettere alcun suono. La mimica viene usata, certo, ma senza che sia richiesta una particolare intensità espressiva, se non in rari casi. Una scelta, questa, per cui possiamo accettare di usare il termine "sperimentale". E possiamo anche, visto il risultato ottenuto e l'evidente apprezzamento del pubblico, considerare riuscito l'esperimento. Tuttavia ci pare che questo spettacolo sia adatto a mettere in risalto soprattutto la qualità della regia, e che non lasci granché spazio alla capacità espressiva degli attori, eccessivamente ingabbiati da una struttura fortemente ancorata alla colonna sonora e inoltre privati dell'uso della voce.

Rispondiamo dunque alla domanda iniziale. La serata è trascorsa meglio di come ci aspettassimo. Lo spettacolo è tecnicamente riuscito e gli spettatori hanno visibilmente gradito (i commenti che abbiamo raccolto al termine non lasciano dubbi in proposito). Tuttavia manteniamo tutte le nostre riserve riguardo questo tipo di allestimento, soprattutto per quanto concerne la libertà espressiva degli attori che qui ci pare forzatamente livellata (verso il basso?). Unico personaggio ad emergere è – a nostro parere, non a caso – quello del barista, presente in modo costante per tutto lo spettacolo, interpretato dal regista Bronzato con alcuni elementi che ricordano certi silenziosi "burattinai" nichettiani.

Una buona dimostrazione di bravura da parte della compagnia Estravagario, questo è il dato oggettivo. Ma la nostra personale impressione è stata quella di un lungo prologo senza recitazione.

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Estravagario Teatro: e lo chiamano teatro amatoriale…

Dev’essere deluso, un critico, se non trova appigli per criticare? Noi crediamo di no. Se non altro perché ciò vuol dire che si è trascorsa una serata assistendo ad uno spettacolo molto ben realizzato. Come si può restare delusi?

I lettori attenti avranno già arguito da questa premessa che “Inganno in gonna”, il nuovo allestimento della compagnia Estravagario Teatro di Verona, è uno spettacolo che valutiamo in modo positivo. Ma ora ci tocca fornire i dettagli, e lo faremo con tutta la perfidia e la pignoleria che ci contraddistinguono.

Dobbiamo confessare innanzitutto che un certo scetticismo ci ha accompagnato già prima dell’inizio. L’indicazione sulla locandina che assegnava genericamente la regia a “Estravagario Teatro” ci rendeva inquieti e dubbiosi. In teatro serve una gestione artistica coerente dello spettacolo, che eviti ogni confusionaria eterogeneità della comunicazione verso il pubblico. Per questo è buona norma affidare la regia ad una sola persona.

Questa la regola. Come si fa con la grammatica di una lingua, però, una volta interiorizzate le regole, ovvero quando la loro applicazione diviene quasi istintiva, non ragionata, a quel punto è lecito superarle. Prendersi una licenza artistica richiede tuttavia una profonda consapevolezza dei propri mezzi ed estrema perizia nel loro uso. E questo è vero soprattutto quando si tratta di gestire più persone. Altrimenti è l’anarchia. Ed il disastro è garantito.
In teatro ci era capitato di apprezzare talvolta una regia a due, mai di tutto il gruppo. Da queste considerazioni derivava il nostro scetticismo ed anche l’attenzione volta a cogliere ogni possibile segnale che ci desse ragione.

Ci sbagliavamo, stavolta. La regia risulta assolutamente coerente, gli attori convincono in ogni momento ed il ritmo dei dialoghi e dei movimenti non ha mostrato alcun cedimento. Segno di notevole unità nella visione del testo e negli effetti da ottenere. Concordia evidente, del resto, anche dall’affiatamento tra gli attori sul palco. Insomma, l’elemento che, in mani sprovvedute, avrebbe messo a rischio l’impresa, è stato invece quello che ha sottolineato ed esaltato la qualità della compagnia Estravagario Teatro e l’esperienza dei suoi attori-registi.

Ulteriore nota di merito quella di aver allestito un testo praticamente inedito in un panorama, quello del Teatro nei Cortili, in cui anno dopo anno vengono riproposti puntualmente gli stessi testi.
Il testo allestito è il “Leading ladies” di Ken Ludwig tradotto da Marco Mirandola (che è anche uno degli attori in scena). Secondo quanto dichiarato nella presentazione dello spettacolo, ad oggi non esisteva una traduzione in italiano. Tale affermazione ci risulta essere corretta, pertanto questo spettacolo non era stato mai rappresentato prima in Italia.
Altri aspetti determinanti per la riuscita di questo spettacolo secondo noi sono stati il trucco ed i costumi, con l’abile dosaggio di piccoli eccessi, laddove era da suscitare l’effetto comico. Ben strutturata la scenografia, con la doppia scalinata che permette di sfruttare completamente lo spazio scenico sui due livelli. Solo un appunto a proposito del telo dipinto a giardino che s’intravvedeva dietro la porta-finestra centrale: sarebbe forse apparso più realistico se avesse mostrato meno dettagli (la panchina era probabilmente di troppo, ma è una questione di gusto).

Qualche dubbio dobbiamo segnalarlo a proposito dell’illuminazione. I fari non sono sempre apparsi puntati in modo ottimale, creando a volte effetti luce-ombra apparsi casuali sulla scena e sugli attori. Dobbiamo segnalare, tuttavia, che tale appunto proviene da un esperto di illuminazione teatrale, anch’egli presente come spettatore, abituato a cogliere la minima imperfezione. Noi, l’ammettiamo, non abbiamo notato nulla. Altro aspetto forse migliorabile è la pausa per il cambio della scenografia tra scena e scena, che in talune occasioni ci è parsa troppo lunga.

Si tratta comunque di dettagli di scarso peso, che avvicinano comunque la compagnia Estravagario Teatro più alle compagnie professioniste che agli altri gruppi amatoriali con cui condivide i cortili veronesi.

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