Ieri sera è andata in scena l’ultima replica de Le donne a parlamento, spettacolo presentato dalla compagnia Giorgio Totola. Noi eravamo lì, pronti a rilevare ogni minimo difetto, per questa prima recensione del nuovo VeronaTeatro.Org 2.0.
Il testo e l’adattamento.
Scegliere un testo classico per le serate estive nei cortili non sempre è una buona idea. Bisogna essere in grado di adattarlo alla sensibilità di un pubblico che, in buona parte, viene a cercare una risata facile, senza pensieri. Nel caso de Le donne a parlamento, l’esperimento di Massimo Totola, regista e autore dell’adattamento, è pienamente riuscito.
Di per sé la commedia scritta venticinque secoli fa da un Aristofane già sessantenne mantiene da sola una sua solidità senza tempo sia nella struttura comica che nei temi politici e sociali affrontati. Una rinfrescata al linguaggio (in realtà, qui si tratta di una consistente riscrittura e riduzione) ed è fatta: ecco un testo satirico fresco ed attualissimo. Certo, l’ateniese Aristofane con quel curioso slogan del “tutto in comune” non mirava di sicuro al comunismo, ma al peculiare regime di governo di Sparta, rivale storica di Atene, da prendere in giro per il sommo divertimento dei suoi concittadini. Ma la coincidenza ed il conseguente equivoco contribuiscono a mantenere giovane quest’opera.
Promuoviamo l’adattamento di Totola a pieni voti, ma non saremmo buoni critici se risparmiassimo di criticare i dettagli che ci paiono meno riusciti.
Cominciamo dal prologo, tecnicamente un dialogo tra due semicori, in verità un testo tratto dalle Operette morali di Giacomo Leopardi (il Dialogo di un cavallo e un bue), che risulta eccessivamente lungo e statico, al punto da mettere a dura prova l’attenzione del pubblico più volenteroso.
Altrettanto si potrebbe dire del dialogo a più voci tra le donne travestite da uomini che viene subito dopo, se non fosse per il movimento scenografico più vivace ed il gioco di toni della recitazione sufficientemente vario da guidare lo spettatore attraverso lo sviluppo dei concetti espressi. Si seguono senza fatica – persino con divertimento – anche i monologhi delle attrici, molto brave e precise nella dizione delle battute.
Un elemento che non abbiamo gradito è stato il monologo finale del primo atto. È stato, sì, divertente e ben recitato, ma vi abbiamo scorto – e non siamo stati gli unici – una semplice giustapposizione di battute provenienti dal cabaret e già abbondantemente sentite altrove. La cosa assume un carattere spiacevole soprattutto per chi come noi segue da vicino, oltre al teatro, anche il lavoro dei cabarettisti, che vivono questo tipo di “riuso” come un grave sgarbo, quasi un furto.
Anche il monologo di Ermete all’inizio del secondo atto appare come un intermezzo cabarettistico, ma questa volta si percepisce una maggiore integrazione nel testo. L’effetto “corpo estraneo” è qui poco più che una sensazione soggettiva.
Dobbiamo infine segnalare una vaga impressione generale di frammentarietà nella successione delle scene. Impressione generata inevitabilmente, a nostro parere, dal lavoro di riduzione svolto sul testo. Una scelta corretta e consapevole, quindi, e non un difetto.
Gli attori e la regia.
Non abbiamo assistito alla prima ed arriviamo dopo una decina di repliche che di sicuro hanno giovato alle prestazioni degli attori. Detto (ehm, scritto) questo, non abbiamo rilevato incertezze nella recitazione di ciascun attore. Qualche sbavatura c’è stata, certo, ma si tratta di quelle contingenze irrilevanti che si vedono in tutti gli spettacoli teatrali, compresi quelli delle compagnie professioniste. Insomma quei dettagli che fanno preferire il teatro al cinema.
Tra le eccellenze da sottolineare ci mettiamo la recitazione dei monologhi sparsi per tutto il testo, resi ottimamente da tutti gli attori e le attrici che vi si sono cimentati. Non abbiamo notato l’emergere di un personaggio rispetto agli altri, ma si tratta di un appiattimento verso l’alto del livello qualitativo. A noi sono piaciuti di più Diana, Zoe ed Ermete (rispettivamente interpretati da Jessica Rollo, Ottavia Bergamini e Claudio Neri) ma le nostre preferenze si fondano più sul gusto personale che su altri oggettivi elementi.
Vale la pena spendere qualche parola sulla cura della dizione italiana mostrata dalle attrici, elemento basilare ma che non sempre i registi degnano di sufficiente attenzione.
Abbiamo scritto delle attrici. Qualche dubbio sulle flessioni della pronuncia di Theophilus (Otello Visentini) e Zotihos (Fernando Bustaggi) ci è rimasto. Supponiamo che ci fosse una precisa scelta registica dietro l’improbabile camuffamento della voce di Theophilus con una raucedine che suona palesemente finta e per nulla naturale. Di sicuro le battute mostravano un certo affanno nel mantenere una corretta dizione sotto quello sforzo aggiuntivo. Anche il personaggio di Zotihos denunciava qualche flessione regionale di troppo nel suo eloquio, ma la recitazione energica e la voce più libera da costrizioni hanno permesso una maggiore varietà espressiva.
Ignoriamo per questi due casi quanto l’indulgenza verso l’accentuazione localistica sia stata una scelta, di certo lo è stata nel caso di Ermete che ha recitato sempre in un italiano-romanesco molto preciso che non può certo essere frutto del caso. L’esito è stato sicuramente molto positivo per lo spettacolo, anche se siamo tutt’ora incerti sull’opportunità dell’associare la parlata romana ad un personaggio che, almeno nelle intenzioni, era pur sempre un greco.
Molto ben riuscito l’inserimento dei due intermezzi musicali. Aristofane aveva effettivamente introdotto ne Le donne al parlamento questa novità modificando l’uso tradizionale del coro per adeguarsi al gusto del pubblico che, ormai all’alba del IV secolo p.e.v.1 , stava cambiando. Tornando a noi, Roberta Adami/Athena ha interpretato alla perfezione il ruolo di cantante, così come Fernando Bustaggi e Claudio Neri quello dei musici.
Un accenno finale alla scena, scarna e funzionale ma che non rinuncia per questo ad un notevole impatto scenografico. Ci è piaciuta la scelta cromatica in bianco (con poche, ci pare significative, eccezioni) dei costumi, accordata agli elementi ed agli oggetti di scena, che permetteva di giocare in modo discreto ma aprezzabile, con luci ed ombre.
Ci sembra di non aver tralasciato nulla di importante. A noi questo spettacolo è piaciuto. Sono ovviamente bene accetti commenti di segno diverso.
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- prima dell’era volgare, v. http://it.wikipedia.org/wiki/Era_volgare [↩]


